Gong Yoo durante la conferenza stampa al Florence Korea Film Fest
INDICE DEI CONTENUTI
L’attore coreano, Gong Yoo, protagonista del Florence Korea Film Fest racconta sala, paura e l’amore per Lanthimos ed Anderson
Sul telefono di Gong Yoo c’è una scena di Chiamami col tuo nome. È quella in cui il padre dice ad Elio di tenere tutto – la gioia, il dolore – senza lasciar andare niente. «La recitazione era bellissima, e quella battuta mi è entrata proprio nel cuore», ha detto alla conferenza stampa del Korea Film Fest di Firenze, cercando il video tra le app come chi mostra qualcosa che non ha voglia di spiegare. Il Quotidiano era presente per fare domande è uno degli attori simbolo di una delle industrie cinematografiche più vive ed importanti degli ultimi anni.
GONG YOO IN CONFERENZA STAMPA, IMPACCIATO E DISPONIBILE
E’ la sua prima volta in Italia. Venticinque anni di carriera, un’icona da Un treno per Busan al Goblin, eppure. Quando ha ricevuto l’invito ha fatto una ricerca sugli attori che lo avevano preceduto al festival, erano tutti più grandi, con filmografie più lunghe e ha avuto qualche esitazione. «Ho pensato: posso davvero venire?» Poi ha scoperto che la storia del festival coincide quasi con l’inizio della sua, e l’esitazione è passata. Non poteva neanche rinunciare perché sin da ragazzo ha un amore per l’Italia e per Firenze, nata da un film giapponese dove la grande città toscana era lo scenario.
Ha parlato di come affronta il suo lavoro e che ogni personaggio comincia allo stesso modo: cerca in sé stesso qualcosa che gli assomigli, poi lo modifica, lo dilata fino a farlo coincidere con chi deve interpretare. Non è un metodo che descrive con entusiasmo da manuale – è più una necessità. Dice che senza quel punto di contatto il lavoro non regge. E forse è per questo che i personaggi non se ne vanno facilmente, una volta finiti. Il Goblin – sei mesi di riprese, una storia fantasy, comedy e lacrime – lo ha lasciato svuotato in un modo che ha capito solo a distanza. «Solo dopo che era finito tutto mi sono reso conto di quanto non fosse stato semplice.»
DAL GOBLIN AL RECLUTATORE
Con il Goblin è andata così: mentre girava non se n’era accorto. Poi era finita, e c’era qualcosa che non tornava. Il personaggio che ancora pesa di più è proprio Kim Shin: qualcuno costretto a salutare le persone che ama, a restare mentre gli altri se ne vanno. Non il preferito, ma quello che ha lasciato il segno più fondo. «Non è un ruolo che mi piace di più. È un ruolo che mi fa pensare moltissimo.» Quello a cui somiglia di più, invece, è il protagonista di Coffee Prince, vent’anni di età, sbadato e poco serio. «Quello ero io.»
LE EMOZIONI DI GONG YOO
Sull’incertezza davanti a ogni nuovo ruolo è stato diretto: dopo venticinque anni è diventata più difficile, non meno. «Tecnicamente forse ho acquisito qualcosa. Emotivamente è sempre pesante.» Dieci anni fa pensava che con il tempo sarebbe arrivata qualche forma di agio. Non è arrivata, e ha smesso di aspettarsela. Quel peso – il tempo di dubbio e di riflessione – non lo chiama sofferenza. Lo chiama lavoro.
AL CINEMA, ALMENO UNA VOLTA ALL’ANNO
Va al cinema raramente – le produzioni coreane tengono impegnati sei, sette mesi l’anno – ma continua a pensarci come al posto giusto dove guardare un film. Ha vissuto entrambe le epoche: l’analogico e poi il digitale. Le piattaforme hanno reso il cinema coreano visibile ovunque, e lui lo riconosce, però si sta perdendo qualcosa «Un po’ di romanticismo sta scomparendo.»
Tra i registi che segue nomina Lanthimos. Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson gli è piaciuto molto, Oscar compreso. Ne parla da spettatore, non da collega in valutazione permanente. Non nasconde che in futuro vorrebbe passare alla produzione.
GONG YOO AL FLORENCE KOREA FILM FEST, LA STAR DELL’HALLYU TIMIDA
Non si definisce una star dell’Hallyu. Lo dice senza falsa modestia, con la calma di chi il successo lo ha attraversato abbastanza a lungo. Ma che il cinema coreano circoli nel mondo gli importa, e non è una questione di mercato. «Il cinema è un linguaggio universale», ha detto – e non suonava come una frase di circostanza, veniva da qualcuno che aveva appena cercato Guadagnino sul telefono.
Sui colleghi con cui ha lavorato ha una gratitudine concreta. Risponde partecipe e divertito alla domanda della collega dell’Altravoce – Il Quotidiano, Tiziana Aceto. Con Lee Dong-wook il legame è rimasto saldo, lo stesso con Kim Go-eun. Mesi di riprese condivisi fanno questo effetto, dice. Non è una questione di set.
LA MASTERCLASS
Domani, sabato 21 marzo 2026, terrà una masterclass che è andata praticamente esaurita in tre minuti e fa andare in crash il sito del Festival.
COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA
