Il mosaico "La casa del drago"
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Il Parco archeologico dell’antica Kaulon svela la Magna Grecia nascosta sotto lo Ionio e conserva testimonianze della città, come il mosaico della “Casa del Drago”
La Costa dei Gelsomini è lunga 90km, da Punta Stilo fino a Capo Spartivento, e in tutta la sua lunghezza cela storie di epoche diverse. Dalle colonie magnogreche, alle costruzioni normanne, alla magnificenza barocca fino ad arrivare a testimonianze di arte contemporanea. Nel mezzo infinite sfumature di diverse epoche storiche. Affacciata sulla costa ionica della Calabria, nel territorio dell’attuale Monasterace, l’antica Kaulon rappresenta uno dei più importanti insediamenti della Magna Grecia.
Fondata dagli Achei tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII secolo a.C., la polis divenne rapidamente un centro strategico per i commerci e per il controllo delle rotte marittime dello Ionio, grazie alla sua posizione privilegiata tra Capo Stilo e la foce del fiume Assi. Dopo un lungo periodo di prosperità, Kaulon subì diverse distruzioni: la più nota è quella del 389 a.C., quando venne conquistata da Dionisio I di Siracusa. In seguito ricostruita, non riuscì però più a recuperare l’antico splendore e, nel corso dell’età ellenistica, fu progressivo l’abbandono.
Oggi il Parco Archeologico dell’antica Kaulon conserva testimonianze straordinarie della città, come il celebre mosaico della “Casa del Drago”, uno dei più grandi mosaici ellenici finora rinvenuti in Italia, i resti del santuario dorico, delle abitazioni, delle mura e delle aree produttive. Ogni anno, nel caldo delle sere estive, al tramonto, viene presentato sotto una luce che sa d’antico ed è come se la magia di un tempo tornasse a compiersi. Tuttavia, una parte altrettanto preziosa del sito non si trova sulla terraferma, bensì sotto il livello del mare.
IL PATRIMONIO ARCHEOLOGICO NEGLI ULTIMI DECENNI
Negli ultimi decenni il patrimonio archeologico sommerso ha assunto un’importanza sempre maggiore grazie alle numerose campagne di ricerca coordinate dalle Soprintendenze, da istituti universitari italiani e stranieri. Le indagini subacquee hanno permesso di comprendere come il mare custodisca una parte significativa della storia, conservata per oltre duemila anni sotto sabbia e sedimenti. L’esempio più noto e attualmente meglio conservato è quello del parco archeologico sommerso di Baia, a nord del golfo di Napoli.
L’erosione costiera, fenomeno particolarmente intenso lungo il tratto del litorale ionico, e fenomeni di bradisismo, hanno progressivamente modificato la linea di costa. Ciò che nell’antichità si trovava sulla terraferma oggi giace a diversi metri di profondità, mentre altre strutture sono state lentamente ricoperte dalla sabbia. Proprio questa copertura naturale ha contribuito, in molti casi, alla loro conservazione.
Oltre 200 reperti di età greca
Adagiato tra i 3 e i 7,5 metri di profondità, il sito conserva oltre duecento reperti di età greca. Sul fondale, individuati numerosi materiali destinati all’edilizia monumentale: parti di colonne ioniche scanalate, basi, blocchi già squadrati, pietre ancora grezze e strutture utilizzate per l’ormeggio. La presenza di elementi in differenti fasi di lavorazione ha portato gli studiosi a formulare due ipotesi: potrebbe trattarsi di un’antica area artigianale per la preparazione dei materiali oppure del cantiere di un edificio sacro mai portato a termine. Restano ancora da chiarire le ragioni dell’interruzione dei lavori.
Le caratteristiche stilistiche delle colonne consentono, invece, di collocarle tra il 480 e il 470 a.C. Alcuni recuperati e attualmente esposti nel Museo archeologico di Monasterace, come le kadoi, dei “contenitori” in terracotta ancora pieni di pece, a testimonianza degli scambi commerciali della colonia. Molti di questi materiali potrebbero raccontare il ruolo centrale che Kaulon svolgeva negli scambi tra la Grecia, la Sicilia e le altre colonie della Magna Grecia.
La tutela del patrimonio sommerso
La linea di costa in epoca greca era spostata di circa 300 metri più a est rispetto a quella attuale, inghiottendo tratti di mura e antichi moli. Sebbene non si sia ancora individuato con certezza un porto monumentale, pare che la città disponesse di approdi naturali e opere costiere funzionali all’attracco delle imbarcazioni mercantili. I ritrovamenti sommersi sembrano confermare l’esistenza di un’intensa attività marittima, fondamentale per l’economia della colonia.
È importante mantenere alta l’ attenzione dedicata alla tutela. Il patrimonio sommerso è infatti particolarmente vulnerabile sia ai fenomeni naturali sia all’azione dell’uomo. Le mareggiate possono spostare o danneggiare i reperti, mentre il traffico nautico, gli ancoraggi abusivi e gli scavi clandestini rappresentano minacce costanti.
Per questo motivo il sito è oggetto di un’attenta attività di monitoraggio da parte della Soprintendenza, della Guardia Costiera e del Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, comprese il supporto dei Carabinieri subacquei. Negli ultimi anni, sperimentati anche innovativi sistemi di protezione attraverso coperture geotessili e interventi di ricoprimento controllato dei reperti più delicati. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, lasciare alcuni manufatti sotto uno strato di sabbia rappresenta spesso la soluzione migliore per garantirne la conservazione, proteggendoli dall’erosione e dall’azione delle correnti marine.
L’IMMENSO VALORE SCIENTIFICO
Il patrimonio sommerso di Kaulon riveste inoltre un importante valore scientifico. Ogni reperto recuperato contribuisce a ricostruire non soltanto la storia della città, ma anche le tecniche costruttive, i commerci, l’alimentazione, la navigazione e le relazioni economiche del Mediterraneo antico. Le anfore raccontano i traffici di vino e olio, i frammenti ceramici testimoniano i rapporti con altre colonie greche, mentre gli elementi architettonici permettono di comprendere l’evoluzione urbanistica della polis. Come testimonia il “Progetto Musas”, ideato e diretto dall’archeologa dell’Istituto Centrale per il Restauro Barbara Davidde, nasce con l’obiettivo di sperimentare, su scala sovraregionale, un modello unitario per il monitoraggio, la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico sommerso, sia nei luoghi di rinvenimento sia all’interno delle collezioni museali.
L’esperienza punta a diventare una buona pratica da applicare anche ad altri siti, mettendo in collegamento aree archeologiche subacquee e musei che custodiscono reperti recuperati dal mare. Realizzato un portale dedicato al Museo virtuale dell’archeologia subacquea, attraverso il quale è possibile conoscere i reperti conservati nei musei mediante immagini, schede informative e ricostruzioni tridimensionali.
LE RICERCHE SUBACQUEE
Le ricerche subacquee stanno inoltre offrendo nuovi elementi per comprendere come il paesaggio costiero sia cambiato nel corso dei secoli. Attraverso studi geomorfologici e sedimentologici è stato possibile ricostruire l’antica linea di costa, individuando aree oggi sommerse che un tempo ospitavano edifici, strade e spazi pubblici. Si tratta di informazioni fondamentali non solo per gli archeologi, ma anche per gli studiosi dei cambiamenti climatici e dell’evoluzione geomorfologica del Mediterraneo.
L’archeologia subacquea di Kaulon rappresenta anche una straordinaria opportunità di valorizzazione culturale e turistica. Esistono dei centri di diving che permettono escursioni e visite sommerse, proprio per offrire la possibilità, insieme ad istruttori qualificati, di ammirare il ricco patrimonio sommerso. Spesso vengono organizzate iniziative di divulgazione, visite guidate, attività didattiche e percorsi dedicati alla conoscenza del patrimonio locale. In una cornice splendida come quella della Costa dei Gelsomini. L’obiettivo, però, potrebbe essere quello di trasformare il mare in un vero e proprio museo diffuso, nel quale ricerca, tutela e fruizione possano convivere nel pieno rispetto della conservazione dei beni.
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