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Lavori nel Mantovano finiti al centro dell'Operazione Sisma

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CUTRO (KR) – «Guardi, qui a Villa Poma lavorano tre imprese bene, se vi volete consigliare… c’è questa impresa che ha fatto la villa più bella di Villa Poma e se volete vi metto in contatto».

L’inchiesta che ha fatto luce sui tentacoli della cosca Dragone di Cutro sui lavori post sisma nel Mantovano trae spunto da un esposto trasmesso alla Procura di Brescia dalla Struttura commissariale istituita dalla Regione Lombardia per l’emergenza e la ricostruzione dei territori lombardi colpiti dagli eventi sismici. Un geometra segnalava presunte irregolarità compiute dall’architetto Giuseppe Todaro, nipote del boss Antonio Dragone ucciso quasi 20 anni fa, nelle vesti di tecnico aggiuntivo esterno presso i Comuni consorziati e ricadenti nel cratere sismico.

Presunte interferenze che avevano come vittima lo stesso geometra e il suo committente privato, tese a favorire le imprese di famiglia dello stesso Todaro che avrebbe così abusato dei propri poteri. Il conflitto d’interessi, riconosciuto peraltro dal padre Raffaele in un’intercettazione, consisterebbe nel coinvolgimento dei Todaro nella gestione di società edili e immobiliari nel Mantovano, alcune già oggetto di provvedimenti antimafia della Prefettura come il diniego d’iscrizione nella white list per presunte infiltrazioni mafiose.

Sono stati così sentiti dagli inquirenti il geometra e il suo committente e un’altra presunta vittima e sono scattate le intercettazioni dalle quali sarebbe venuto fuori un vero e proprio sistema che aveva come baricentro il giovane architetto che ha svolto in maniera continuativa l’incarico esterno presso i Comuni consorziati.  Centrale la vicenda oggetto di denuncia secondo la quale Todaro avrebbe avvicinato all’esterno del Municipio di Poggio Rusco, senza tanti giri di parole, il geometra rappresentandogli che gli sarebbe potuto “venire incontro” incrementando il contributo del 10 per cento se avesse dato l’incarico alla ditta Bondeno. Contrariato per la richiesta, il geometra ne avrebbe parlato con la committenza che non intendeva cedere al ricatto.

Il geometra si sarebbe visto anche arrivare in ufficio il padre dell’architetto, che si sarebbe presentato falsamente col nome di “Antonio”, il quale con atteggiamento da “sbruffone”, stando all’esposto, e dando per scontato che l’appalto era stato assegnato alla sua impresa pretendeva le carte del progetto per redigere un preventivo. E quando il geometra chiese uno sconto, il suo interlocutore avrebbe risposto che non era possibile in quanto i beneficiari del finanziamento avrebbero avuto “soldi in più”. La maggiorata contribuzione pubblica in luogo dell’invocato sconto, insomma. Da qui una serie di chiamate pressanti dell’architetto Todaro al geometra a fronte del suo atteggiamento evasivo, ma alla fine il committente scelse un’altra ditta e il geometra informò il sindaco che a sua volta denunciò i fatti ai funzionari della Regione Lombardia.

Ma c’era anche un altro tecnico che riferiva agli inquirenti di aver ricevuto la richiesta da parte di Todaro di far eseguire i lavori post sisma a una ditta da lui indicata. Dalle testimonianze convergenti sarebbe venuto fuori che Todaro ostacolava i richiedenti nella quantificazione del contributo regionale qualora non accettassero di conferire l’incarico all’impresa indicata. Altrimenti, sarebbero sorati «problemi nell’iter finale della pratica». Lui però accettò l’imposizione per non avere problemi ed evitare ritorsioni. «Gli accennai di avere un figlio piccolo… non mi sentivo libero di scegliere, mi sentivo pressato nella mia volontà».

Il timore di ritorsioni era dovuto al fatto che lui sapeva di «collegamenti con la ‘ndrangheta». «Avevo appreso da Internet che era il nipote del boss di Cutro ucciso in un agguato mafioso». Se c’era quel tizio che gli ha “rotto le scatole”, l’unico professionista che risulta essersi opposto alle prevaricazioni, altri avrebbero accettato le imposizioni in taluni casi ruotanti a presunti accordi collusivi, come quello costato una misura in carcere all’architetto mantovano Rossano Genta e all’impresario edile Felice D’Errico. In cambio di una mazzetta di 25mila euro, Todaro si sarebbe impegnato a far erogare un contributo di 350mila euro non dovuto per 200mila. Rapporti collusivi, o presunti tali, anche con l’impresario edile Giuseppe Di Fraia che avrebbe lavorato nei cantieri del sisma grazie a una tangente del tre per cento sull’importo spettante.

Mentre in cambio della trattazione prioritaria della pratica, in violazione dell’ordine cronologico, Todaro avrebbe incassato 20mila euro dall’ingegnere Pierangelo Zermani, direttore dei lavori appaltati alla ditta Geo.Cos. Patti corruttivi, stando alle accuse, anche con l’architetto Monica Bianchini e l’imprenditore Carlo Formigoni, proprietario di un immobile la cui pratica si sbloccò con un rialzo del contributo quando la pratica passò nelle mani di Todaro e i lavori furono affidati alla ditta di fatto amministrata dal padre ma gestita dal presunto prestanome Antonio Guerriero. Altro presunto prestanome Francesco Garofalo, che avrebbe accettato fittiziamente la titolarità di quote della Bondeno, col concorso agevolatore del reggiano Enrico Ferretti, bancario dipendente del Credito Emiliano, in modo da creare un portafoglio occulto al di fuori dell’asse patrimoniale riconducibile alla famiglia Todaro.

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