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CROTONE – «Sono 444 i primi… quattro tranche da 111». Parlava di milioni, Salvatore Aracri, presunto referente tedesco della cosca Megna, mentre dettagliava al suo interlocutore il flusso complessivo delle transazioni da movimentare. «Lì siamo di fronte un colosso, si tratta dei Panama Papers». Aracri pagava in Bitcoin i broker brasiliani per le loro prestazioni. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, per sostenere il progetto Europaradiso, il megavillaggio turistico finanziato da un magnate israeliano, si candidava al consiglio comunale di Crotone facendo scrivere sui santini “Turo for tourism” sotto il suo nome. Negli ultimi tempi il suo interesse, e quello della cosca capeggiata da Domenico Megna, era la finanza clandestina. Altro che “pecoraro”. Il boss che qualcuno, venendo ucciso per l’affronto, aveva osato insultare in questi termini, in realtà era attratto da un mondo sofisticato, ovviamente al fine di riciclare fiumi di denaro sporco. Nelle carte della mega inchiesta, coordinata dal pm Antimafia Domenico Guarascio, che ha portato all’operazione Glicine Acheronte viene ricostruita anche una serie di transazioni internazionali che il gruppo di trader ed hacker coordinato da Aracri avrebbe tentato di eseguire tra il maggio 2019 e il giugno 2020.

Salvatore Aracri

OPERAZIONE “GERMANIA PANAMA BRASILE ITALIA”

L’operazione che gli indagati avrebbero compiuto richiamando espressamente i “Panama Papers”, il fascicolo digitale riservato ricostruito sulla base di inchieste giornalistiche che fornisce informazioni su oltre 214mila società offshore includendo i nomi di azionisti e manager, consisteva nel trasferimento di un flusso clandestino di denaro pari a 300 milioni di euro, inizialmente allocati su una banca panamense. Il flusso doveva essere dapprima instradato in Brasile al fine di disperderne la tracciabilità. Il punto terminale avrebbe dovuto essere l’Italia grazie ad una struttura di intermediari cooptata da Aracri e dal coindagato tedesco Marc Ulrich Goke, esperto di transazioni bancarie e frodi informatiche. L’operazione non trovava concreta finalizzazione in seguito al mancato accordo tra i broker tedeschi e i funzionari di banca brasiliani che avrebbero dovuto consentire l’invio dei flussi finanziari in Italia. Sarebbero così emerse le figure di Marco Cordovado, broker italiano dimorante in Germania che avrebbe avuto il compito di instradare i flussi verso l’Italia, e di Johann Mair, immobiliarista tedesco che secondo gli inquirenti avrebbe fatto da raccordo con altri broker clandestini che operavano in Panama e Brasile e si sarebbero dovuti occupare materialmente del trasferimento dal Sud America all’Europa.

L’origine dei fondi neri riferibili ai Panama Papers, in particolare, sarebbe acclarata da conversazioni intercettate nel corso delle quali Aracri rivelava, discutendo con altri “facilitatori”, nello studio di un trader romano, che stava coordinando tra Italia e Germania movimentazioni di fondi provenienti dai conti off shore panamensi. «Banche tedesche – diceva Aracri – stanno facendo un’operazione con i Panama Papers». Tutto inizia da una mail che ha come oggetto la donazione di 300 milioni in favore della “Fondazione Cav. Dino Leone onlus”, gestita dai pugliesi Pietro Osvaldo Catucci e Dino Leone. Mittente il milanese Maurizio Medici, uno già coinvolto in indagini su riciclaggio e frode per acquisti di carburante che faceva per conto di un’impresa pakistana da lui rappresentata. La mail era spedita a Goke che il giorno dopo già parla con Cordovado che chiedeva garanzie in quanto il suo contatto panamense era pronto per l’invio del denaro. «Io mi sono sentito con quello là che fino a notte fonda si è sentito con quegli altri…quelli che vogliono mandare…hanno detto che manderanno nella prossima settimana…incredibile».

I due interlocutori si preoccupavano quindi di come avrebbero recuperato il denaro fatto fuoriuscire dal Brasile ed instradato verso l’Italia utilizzando come sponda la fondazione. Aracri, però, si diceva sicuro che qualsiasi modalità fosse stata utilizzata loro avrebbero introitato enormi capitali. «Forse è come la conduzione dell’acqua a casa e cioè ci sono due tubi dell’acqua e non importa quale dei due apri, potresti aprire quello da un lato e l’acqua fluirà in uno o nell’alto tubo. E a quel punto in entrambi i tubi c’è l’acqua e tu puoi prendere l’acqua da una parte o dall’altra. Anche perché, ascolta, vanno restituiti. Io avrei avuto più pensieri se ci avessero detto di inviare o cento milioni o niente, nel momento in cui noi avremmo detto di voler inviare centomila euro. Capisci? Io voglio di più…ma dove sta il problema se lo mandano un giorno dopo?».

Trattandosi di un’operazione di enorme rilievo, del resto, doveva essere effettuata al momento adatto per preservarne la clandestinità. Per esempio, durante una delle conversazioni intercettate, Catucci esprime preoccupazione per la momentanea assenza di un direttore di una banca pugliese che avrebbe dovuto offrire la copertura adeguata durante la ricezione dei fondi sul conto della Fondazione ubicato presso quell’istituto di credito. E quando Medici chiedeva ad Aracri: «volevo sapere se domani inviano la birra oppure no», con riferimento al denaro, il papaniciaro di Germania precisava che l’invio della “velina” sarebbe stato all’orario di chiusura del “negozio”, corrispondente alle 18 brasiliane. L’esecuzione della transazione, tuttavia, incappò nel controllo della Banca Centrale del Brasile. C’è anche una conversazione tra Cordovado e Goke da cui si ricaverebbe che una prima tranche del denaro sarebbe stata inviata dopo che “tutti” – con riferimento ai funzionari brasiliani – sarebbero stati pagati. «Allora la prima operazione si farà in questa settimana, sono 111, devono incassare ancora 100mila e poi faranno la prima transazione. Hanno anche già pagato tutti quelli che dovevano pagare. Martedì poi si farà la seconda transazione da 111 milioni».

L’operazione che stava per essere realizzata attraverso il canale Brasile-Italia coinvolgeva anche Gaetano D’Amore che, come Medici, sarebbe in rapporti con Aracri occupandosi di predisporre le strutture “Receiver” che avrebbero dovuto ricevere i flussi. I broker brasiliani erano stati compensati in criptovaluta e anche questo particolare verrebbe confermato dalla viva voce del loquace Aracri. «Allora hanno pagato 5000 Bitcoin e 7000 Bitcoin…si erano messi d’accordo quando il Bitcoin andava a 3000 euro… adesso sono a 8000, c’è stato un casino e li hanno voluti lo stesso». L’operazione alla fine viene sospesa per il mancato accordo con i funzionari di banca brasiliani, definiti «corrotti e marci» da Cordovado, che pretendevano un compenso maggiore di quello pattuito. Cordovado informava prima Mair e poi Goke. «Hanno iniziato oggi a fare qualcosa ma c’è stato improvvisamente un intoppo…loro lo vogliono fare ma devono pagare un’altra persona…all’improvviso è arrivato un idiota che ha detto che anche lui voleva guadagnarsi qualcosa e ha ostacolato gli altri».

OPERAZIONE “ALLIANCE 2”

Flussi di denaro anche mediorientali grazie al trader perugino Piero Centi, secondo la ricostruzione degli inquirenti. L’operazione consisteva nel trasferimento di 120 milioni di euro da una serie di conti correnti ubicati nel Midwest asiatico fino in Europa dove i flussi, in due tranche di 49 e 71 milioni, dovevano essere scaricati su conti secretati svizzeri. Centi è uno che in un colloquio intercettato riferiva ad Aracri di avere la possibilità di controllare società inglesi, tunisine, spagnole e della Mauritania e spiegava come fosse difficile, in quella fase, «fare uscire soldi» dalla famigerata Hsbc di Hong Kong. Nella stessa conversazione Centi parlava di una “borsa parallela” in cui trader russi disinvestivano qualcosa come seimila miliardi. L’origine di flussi che si stava tentando di far fuoriuscire dalla Cina altro non era, del resto, che un disinvestimento di fondi clandestini su una piattaforma finanziaria. Nel prosieguo, Centi rassicurava Aracri che i primi 49 milioni sarebbero stati accreditati su un conto americano secretato, da qui il denaro sarebbe stato trasferito sui conti svizzeri.

OMBRE SUI SERVIZI

Dei problemi sorti con le operazioni di compensazione in seguito ai vari passaggi bancari, Aracri discorreva col boss Megna mettendo peraltro in luce entrature con apparati dell’intellicence, un aspetto per gli inquirenti particolarmente inquietante. Intanto Megna si mostra indispettito perché aveva ricevuto la promessa di un primo introito di 500mila euro. A quel punto Aracri rivela come fosse organizzata la struttura: Goke, in rappresentanza del sender, gestiva i canali da cui partivano i flussi di denaro, ma necessitava di receiver che si adoperassero per la ricezione. Strutture che Aracri avrebbe individuato grazie a presunti appoggi diplomatici in grado di fornire coperture per trasferire fondi neri all’estero, il tutto tramite Centi che vantava agganci con l’Aisi. «I servizi segreti portano soldi all’estero, uno quando ha soldi in nero, no? Hanno valigie diplomatiche che portano i soldi dove vogliono…gli fanno i conti criptati e quelli se li portano in Svizzera, noi dovremmo fare una società in Svizzera».

Del resto, l’aveva già detto il pentito lametino Gennaro Pulice che «i controlli interbancari tra Spagna e Germania sono stati elusi grazie anche all’intervento di personale dei Servizi segreti italiani». Sarà, ma il boss voleva incassare e chiedeva a più riprese certezze sull’arrivo del denaro. «I soldi sono arrivati o no?». E Aracri continuava a fornire prove dell’avvenuto scarico in Svizzera mostrando il telefonino.

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