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Il luogo dove è avvenuto l'omicidio di Stefano D'Arca

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CROTONE – Diventa definitiva la condanna per Francesco Pezziniti, 80enne, accusato dell’omicidio di Stefano D’Arca, commesso davanti al centralissimo bar Moka, sotto i portici, l’8 marzo 2019; processo da rifare per il nipote Giuseppe Cortese, 32enne: la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio soltanto la parte della sentenza relativa alla posizione del giovane. Per il nonno, la pena di 15 anni e 7 mesi di reclusione passa in giudicato, essendo stato respinto il ricorso difensivo dell’avvocato Aldo Truncè. Per il secondo, è stata annullata con rinvio la condanna a 10 anni e 8 mesi per concorso anomalo nell’omicidio, in accoglimento della richiesta degli avvocati Francesco Laratta e Ilda Spadafora. In Appello era stata confermata la pena per il nonno e ridotta di soli 4 mesi quella per il nipote, in primo grado condannato a 11 anni, essendo stato escluso, a carico del giovane, il reato di ricettazione dell’arma del delitto. La pena per Cortese era stata più bassa essendo stato ritenuto dai giudici il concorso anomalo nell’omicidio ed essendo stata concessa l’attenuante della provocazione. Ma adesso viene rimessa in discussione la posizione del giovane.

L’anziano, si ricorderà, è reo confesso: si attribuisce l’esecuzione materiale del delitto, ma l’accusa originaria era quella di concorso in omicidio per entrambi, e per il giovane in qualità di istigatore, con i connessi reati in materia di armi (per Pezziniti anche di detenzione illegale di una seconda pistola e delle relative cartucce). La vicenda è nota. Pare che il 54enne D’Arca, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine (nel suo passato ci sono episodi di tentata estorsione, lesioni, violenza privata), avrebbe dato fastidio nel locale. La lite tra D’Arca e Cortese sarebbe degenerata alla chiusura perché il primo, cliente abituale che spesso pare non pagasse e offrisse anche consumazioni gratis ai propri amici, avrebbe molestato avventori e avrebbe danneggiato una zuccheriera, il bancone e una vetrina da cui aveva prelevato una bottiglia. Giuseppe Cortese chiama il padre Luciano che, con l’ausilio di alcuni dipendenti, separa il figlio e D’Arca, ma neanche lui riesce a riportare la calma. A quel punto il giovane chiama il nonno, che abita a due passi da lì ed è il titolare dell’hotel Concordia. Preleva una pistola in uno sgabuzzino e torna sul posto. Il ragazzo affronta D’Arca che con atteggiamento di sfida dice al giovane che non avrà il coraggio di sparare. Il nonno sostiene di aver impugnato lui l’arma e di aver sparato. Sette i colpi partiti da quella maledetta calibro 7,65 con la matricola abrasa, cinque dei quali raggiunsero al petto D’Arca, che morirà in ospedale poco dopo. Il nonno chiama l’ambulanza del 118 e la polizia, che gli sequestra a casa un’altra pistola clandestina.

La vicenda dell’omicidio D’Arca fu ricostruita rapidamente dalla Squadra Mobile della Questura grazie alla visione di immagini registrate dalla videosorveglianza. Parte civile, per i familiari della vittima, si erano costituiti gli avvocati Fabrizio Gallo, Mario Nigro, Emanuele Procopio. La difesa di Cortese ha preannunciato istanza di revoca degli arresti domiciliari. «Si è fatto in silenzio e a testa bassa cinque anni di arresti domiciliari», ha osservato l’avvocato Laratta.

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