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Mario Oliverio

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C’è un problema molto percepito, soprattutto dalle aziende, come la burocrazia. Lei ha un’esperienza diretta e ravvicinata della Regione. Quali sono i meccanismi dove la macchina funziona di meno?
«Ritengo che quello della burocrazia sia un problema centrale. In Calabria e nel Paese. L’Ue, anche alla luce del Pnrr, ha posto all’Italia un problema di snellimento delle procedure e non a caso in Germania, da quando un’opera pubblica viene concepita a quando viene realizzata passano 30 mesi; in Italia 13 anni se non ci sono intoppi di altro tipo, come di natura giudiziaria. In questa specificità tutta italiana ci sono poi i problemi locali. La Calabria ha un handicap dettato dal fatto che lo spoils system non è praticabile. La legge attuale prevede che solo il 5% del fabbisogno determinato della struttura dirigenziale può essere preso dall’esterno. Questo è un vincolo molto forte che se non si rimuove è chiaro che bisogna rimestare all’interno della stessa struttura. Secondo punto.

C’è un problema di formazione della burocrazia nel senso di un approccio che deve essere teso ad affermare oggettività, rimuovere discrezionalità e quindi inserire forme di automatismo nella gestione delle risorse.

Da presidente ho lavorato molto per svuotare la Regione di funzioni di gestione, il grosso delle risorse è stato spostato sui comuni per una serie di settori. Tutto sulla base di bandi e graduatorie pubbliche. Penso al piano della messa in sicurezza degli edifici scolastici, ne abbiamo finanziati 890, affidando le risorse ai comuni o alle Province, al settore idrogeologico, depurazione, efficientamento energetico. Con le università per la prima volta si è sottoscritto un accordo con cui sono stati trasferiti 148 milioni di euro. Il primo capitolo era garantire il diritto allo studio attraverso l’erogazione di borse di studio. Siamo passati dal 34% del 2014 al 100% del 2017. La Regione non deve gestire la spesa, deve legiferare, programmare e controllare l’andamento della spesa».

Ma a proposito di controllo, nonostante tutti i paletti alla mobilità della dirigenza, possibile che non si possa trovare un momento di verifica dei risultati e dei provvedimenti? Non credo che un dirigente sia destinato a star lì a vita e a fare quello che vuole…
«Con le direttive dell’Anac si è proceduto ad una rotazione dei dirigenti ed è senz’altro importante perché evita l’incrostazione di un posto, la fissità diciamo… però c’è un problema: la rotazione deve essere fatta sulla base di meccanismi che non possono essere quelli che prevede la legge che mette un vincolo di tre anni. Io penso ci debbano essere anche momenti di formazione. Ad esempio se un dirigente passa da un settore tecnico a uno di servizi c’è una legislazione diversa, competenze diverse. Quindi è necessaria la rotazione, ma servono momenti di formazione finalizzati a non bloccare la gente in determinati ruoli a vita, anche per evitare patologie del sistema».

Nulla contro le persone, ma in Regione i dirigenti sono sempre gli stessi. Pensiamo a Belcastro o Pallaria e alle loro interviste televisive, quando Pallaria confessava di non conoscere il funzionamento di un ventilatore polmonare ed era a capo della task force anti-Covid. C’è un problema di management in Regione?
«C’è un vincolo legislativo, come dicevo prima, che riduce la possibilità di accedere a risorse esterne che abbiano le competenze richieste per il settore. Quello di Pallaria è un esempio plastico di quanto dicevo prima in ordine alla formazione. Lui è un ingegnere, un tecnico, non un professionista specializzato in attrezzature sanitarie. Le mansioni assegnate ai dirigenti devono essere confacenti alle competenze, in questo modo la rotazione è funzionale».

Lei fa una battaglia politica che nasce da una vicenda giudiziaria. Ci pare che la giustizia sia la grande assente in questa campagna elettorale. Lei ha firmato il referendum di Radicali e Lega per la giustizia giusta. Come mai in campagna elettorale sul tema è parso più timido, se non assente? Cos’è stato? Una derubricazione del problema ad altro o una sudditanza psicologica nei confronti della magistratura?
«La giustizia è un tema centrale, io ritengo necessario procedere a una vera riforma. Quella della ministra Cartabia è una miniriforma. Oggi una delle componenti dell’immobilismo del Paese è la paura di assumersi troppe responsabilità nella burocrazia e nella pubblica amministrazione più in generale, perché un avviso di garanzia è dietro la porta. Non a caso da noi per realizzare un’opera si impiegano 13 anni. Da parte mia, quindi, nessuna timidezza. Io ho reagito già nel momento in cui mi veniva notificato un provvedimento e veniva rappresentato ai media in modo abnorme, rispetto a quello che era. Ho ricevuto un provvedimento, inizialmente per abuso di ufficio ed è stato presentato con l’aggravante del metodo mafioso, che mai mi aveva toccato. Poi si è aggiunta la contestazione della corruzione. La Cassazione è stata chiara da questo punto di vista: ha parlato di chiaro pregiudizio accusatorio e di un provvedimento privo di indizi di colpevolezza. Purtroppo quel provvedimento ha cambiato il corso delle cose e della storia politica della Calabria. Questo è avvenuto per responsabilità della politica. Il gruppo dirigente del Pd, ovvero di un grande partito democratico, di sinistra, progressista, si è nascosto. Dopo la sentenza di assoluzione con formula piena, non c’è stato neanche un commento. Io non ho chiesto solidarietà quando sono stato destinatario di un provvedimento cautelare, pur sapendo che era ingiusto e infondato, perché non volevo mettere in imbarazzo il mio partito. Alla luce della sentenza mi sarei aspettato, invece, una reazione. Non è arrivata, perché evidentemente nella fase di preparazione delle candidature regionali si pensò di usare strumentalmente quella vicenda per operazioni politiche e impedire la mia candidatura. Con un non detto che tutti percepivano.

Guardate, io potevo anche non essere ricandidato, ho anche offerto la mia disponibilità a fare un passo indietro, ma avrei voluto che ci fosse un pronunciamento su quello che era accaduto.

Non un pronunciamento di condanna della magistratura, la magistratura fa il suo compito. Naturalmente io ritengo che, stante questa deriva, lo faccia a volte in modo sbagliato con operazioni a strascico. Questo non significa che non svolge il suo ruolo nel contrasto alla criminalità, ma dovrebbe farlo meglio, evitando appunto operazioni a strascico e individuando con il bisturi il male. Nessun abbassamento da parte mia. Anzi io faccio una battaglia perché i problemi della giustizia si pongano al centro dell’attenzione nazionale e i problemi di questa terra, legati anche alle questioni della giustizia, vengano affrontati con oggettività. La Calabria non è tutta ‘ndrangheta. È una terra in cui la stragrande maggioranza lavora con sacrificio. La Calabria ha bisogno di liberarsi dagli stereotipi per risultare attrattiva. Mi batto a testa alta per questo. La magistratura ha un ruolo importante, va sostenuta nella lotta alla criminalità organizzata ma quando ci sono fatti che palesemente non sono coerenti con questa impostazione bisogna dirlo. È un obbligo morale prima ancora che politico».

Facciamo un passo indietro. Cos’è successo tra lei e il Pd? Hanno alzato un muro nei suoi confronti e poi nelle liste c’è il suo storico capo di gabinetto, un suo ex vicepresidente, un suo ex assessore ecc.
«Io scendo in campo anche per questo. Per dire no a questa china che si esprime con una colonizzazione della Calabria. Le scelte compiute nelle scorse regionali ad oggi sono scelte verticistiche di Roma. Occhiuto è frutto dell’accordo tra Salvini, Meloni e Berlusconi. La Bruni è frutto di un’operazione centralistica, romana. Prima hanno candidato Irto, poi c’è stato il veto dei 5 stelle. Fuori Irto, con l’argomento che era stato presidente del Consiglio regionale nella precedente consiliatura, si è aperto il casting dei candidati, come lo avete definito sul vostro giornale. Si arrivò alla Ventura, poi caduta dopo 15 giorni per una vicenda giudiziaria, infine Bruni. È questo metodo che contesto. Io non rivendicavo a tutti i costi la mia candidatura. Lo scorso anno, davanti alla candidatura di Callipo, feci un passo indietro e dissi a Zingaretti con una lettera che lo facevo per non risultare divisivo, pur non condividendo nulla e prevedendo quello che sarebbe stato il risultato. Ho sostenuto una lista, i Democratici progressisti, che è stata svuotata di alcune presenze perché non superasse il Pd ma che ha eletto tre consiglieri. Alla fine lo scarto tra Santelli e Callipo è stato di 25 punti. Rispetto a questa esperienza, è possibile che un grande partito non apra una discussione? Ora si è ripetuto pari pari lo stesso film ma in modo aggravato. Non si è voluto assumere un metodo partecipato. Io avevo proposto le primarie, in alternativa un’assemblea degli amministratori locali, dei circoli, delle associazioni. Niente di tutto questo. Nelle liste c’è affollamento delle seconde e terze file. Evidentemente il problema del rinnovamento era solo Oliverio, non un progetto politico. Se coloro i quali avevano funzioni importanti attorno a Oliverio sono tutti lì ad affollare le liste del Pd, forse c’è il famoso non detto».

A proposito di decisioni romane, tutti quanti parlano di superamento del commissariamento, anche i protagonisti del decreto Calabria. Un po’ di tempo fa in un incontro lei parlava della Kpmg e del fatto che il ministero bloccò la possibilità di non rinnovare il ruolo dell’advisor. Oltre al pregiudizio sulla sanità calabrese, c’è forse una forma di interesse superiore sulla sanità calabrese? Troppi soldi che girano?
«Le confermo la circostanza sulla Kpmg. Io mi sono battuto contro il commissariamento, non in modo ideologico, ma per i risultati prodotti. Il commissariamento era stato richiesto da Scopelliti, accompagnato dai parlamenti del centrodestra, illudendosi che attraverso questo istituto, che allora era in campo al presidente della Regione, ci si potesse liberare da lacci e lacciuoli nella governance della sanità e avere le mani più libere per decidere. In realtà poi sono scattati vincoli come il blocco del turn over, l’aumento al 100% della pressione fiscale sui calabresi. Tutto questo è stato accompagnato da un piano di rientro impostato solo sui tagli. Chiusi 18 ospedali, svuotati gli hub, tagliati servizi territoriali. Io mi sono battuto contro questo e ho chiesto che il piano di rientro fosse rinegoziato, con obiettivi chiari: sblocco delle assunzioni in modo massiccio, ripiano del debito, piano di investimenti per il potenziamento e l’immissione di nuove tecnologie e strumentazione avanzata ed edilizia sanitaria. Alla luce di quello che è avvenuto sono stato facile profeta. Mi sono battuto anche minacciando di incatenarmi davanti a Palazzo Chigi. Non lo feci, e sbagliai, perché mi chiamò il Presidente del Consiglio pro tempore e mi chiese di avviare un confronto. Fu istituito un tavolo che però non portò a nulla, la situazione è rimasta inamovibile. Io sono sceso in campo anche per questo, per dire no ai commissariamenti e a questa logica coloniale. Oggi tutti scoprono che il commissariamento va cancellato. Scendono in massa da Roma dirigenti di partito, uomini di Governo, da ultimo Conte che da premier ha partorito un decreto che è una vergogna, il decreto Calabria, al quale mi sono opposto in un’audizione parlamentare. Hanno fatto una seduta di Governo a Reggio, per la prima volta fuori da Palazzo Chigi, per emanare un decreto presentato come toccasana nel quale non c’era una norma per sbloccare le assunzioni, non c’era un euro di investimenti per strumentazione e edilizia sanitaria. C’erano solo 790 mila euro per coprire l’aumento ai commissari delle Asp di 50mila euro annui. Ora tutti scoprono alla luce del Covid – ma non c’era bisogno della pandemia – la situazione comatosa in cui versava sanità.

Battersi, al di là del risultato elettorale, contro questa logica coloniale, contro questo rapporto dello Stato con una Regione del Paese. La mia è una battaglia che va oltre il 3 e il 4 ottobre, che va oltre i partiti.

Vedo che c’è chi si presenta come l’uomo legittimato dal ruolo nazionale a invertire la rotta. Non è così, c’è una logica alimentata da un lato dallo stereotipo e dal pregiudizio, verso la Calabria e dall’altra parte da interessi di lobby nazionali e locali. Sapevano che con me non era possibile un compromesso al ribasso. Sapevano che con me la sanità pubblica avrebbe avuto centralità e che quello che è avvenuto come mercimonio non sarebbe stato più possibile. E lo sanno evidentemente anche i partiti nazionali. Ecco perché, pur essendo stata rimossa l’incompatibilità tra commissario e presidente, a me è stato negato fare il commissario».

Il centrodestra dice che l’errore non fu la chiusura degli ospedali, ma la loro mancata riconversione in case della salute. Di chi è la colpa? Del commissario soltanto?
«Quando parliamo del commissario, parliamo del sistema che a lui fa capo. C’è un decreto di nomina del commissario sia di Scopelliti poi di Scura. Ci sono 16 obiettivi affidati al commissario, in cui compare tutto. In una prima fase era rimasta alla Regione la nomina dei direttori generali, sottratta ora dal decreto Calabria. Nulla è in mano alla Regione. Il commissario nominato dal Governo risponde al tavolo. Adduce che è la longa manus dei ministeri. Così, invece che mettere in campo la riqualificazione, si è messo mano a una impostazione di tagli lineari, con smantellamento dei servizi senza il ritorno del risparmio. Perché l’ammalato che non ha risposte sul territorio la via se la trova andando fuori. Il 20,5% (dato 2019) sono gli ammalati che ricorrono alle cure fuori dalla regione Calabria. Siamo primi per emigrazione sanitaria, la seconda è la Basilicata ma con il 6,3%. E il debito è cresciuto, a seguito dell’emigrazione sanitaria: la Calabria per questo ha pagato 330 milioni nel 2020. Nel 2010 il costo era di 130 milioni. Poi bisogna vedere questi 320 milioni in quali strutture sono indirizzati, in quali regioni. C’è un accordo interministeriale del 2017 che prevede che la stessa prestazione sanitaria per un cittadino residente nella regione in cui si eroga è 1 e per un cittadino che arriva da altre regioni può andare da 1 a 10. Ci sono interessi enormi, che devono essere spezzati. Che devono essere oggetto di riflessione e di una lettura oggettiva. Non si tratta di fare scandalismo, ma chiudere la pagina dei commissariamenti».

Ma ci sarebbero le risorse economiche e umane per convertire queste strutture?
«C’è una proposta su cui occorre aprire un confronto. Bisogna rinegoziare il debito, sbloccare le assunzioni, riorganizzare la rete territoriale perché meno persone vadano in ospedale, riqualificare la rete ospedaliera. Un programma che nell’arco di tre anni porti a regime la costruzione di un sistema qualificato, recuperando la fiducia dei cittadini».

Cosa c’è nel suo futuro politico dopo il 3 e il 4 ottobre?
«Come dicevo scendo in campo per contrastare questa deriva coloniale e mettere in campo un progetto di rilancio della sinistra, di riorganizzazione del campo delle forze progressiste, perché i calabresi si riapproprino di un patrimonio politico importante. La sinistra è stata protagonista di un processo di trasformazione nel corso degli ultimi trent’anni e questo patrimonio deve essere ricollocato, rispettato, messo a frutto. Naturalmente investendo perché ci sia immissione di una nuova classe dirigente. Non a caso nella mia lista ci sono giovani e donne. Ne ho fatto una, non ho voluto scimmiottare il supermercato delle liste, con candidati frutto di ricerca sugli elenchi telefonici».

Quindi un nuovo soggetto politico?
«Un campo di forze, un movimento, non un nuovo partito. Ci sono già interessanti raccordi con altri movimenti. Entro la fine dell’anno conto di organizzare una convention perché la sinistra si riappropri di un patrimonio e lo ricollochi su un progetto di crescita, di sviluppo, di rottura degli schemi per l’affermazione di una concezione dell’uso delle risorse, del governo della cosa pubblica sulla base di oggettività, libero dalle clientele. Io ho fatto una giunta tecnica, le segreterie politiche non hanno avuto cittadinanza nei miei 5 anni di gestione. Gli amministratori locali potevano andare lì e partecipare a bandi ed essere selezionati sulla base di criteri, non per appartenenze. Non c’era mercimonio come in passato. Ora invece questo passato è ritornato e vedo che ci sono, nel centrodestra, esponenti della giunta che diventano protagonisti dell’acquisizione del consenso usando le risorse della Regione. Non va bene e fatevelo dire da me che ho una lunga esperienza e sono stato oggetto di opposizione anche dall’interno del Pd perché avevo prosciugato questi canali. Il rapporto tra giunta e imprese, enti, territorio, cittadini deve essere libero. La questione morale che io pongo non è quella dei codici etici, diventati ormai una barzelletta. È un sistema di valori e di rispetto dei beni comuni e degli interessi pubblici».

In campo ci sono tre sinistre. Bruni rappresenta quello che rimane del quartier generale, de Magistris, oltre a tendenze giustizialiste, ha una fascinazione sulla protesta e anche sul ribellismo e la sinistra radicale. Mi sembra che la sua proposta è come un partito della Regione, una sorta di sinistra istituzionale. Il suo progetto come si colloca? Parlare a questi nuovi mondi – lei citava mondi movimentisti – è complesso.
«Più che a riferimenti movimentisti, parlo a quell’area che è stata spinta sempre di più a distaccarsi, che è area di non voto o che vota con sofferenza. È mancato il coinvolgimento in questi anni, la crisi è espressione di questa tendenza. Se questa spirale non si contrasta si arriverà alla liquidazione di un patrimonio per garantire la rielezione di un gruppo di persone. Questa è la spirale perversa che porta alla sconfitta come abbiamo verificato un anno e mezzo fa. Ma la sconfitta elettorale è nulla rispetto alla liquidazione di un patrimonio».

La sua idea di lanciare un nuovo movimento, un campo di forze non ripercorre la vicenda di Loiero? Non vede analogie?
«Assolutamente no. Quella è stata una rottura col partito popolare in corso d’opera mentre era presidente della regione. Invece la mia valutazione viene dopo l’incredibile silenzio seguito alla sconfitta e per contrastare questa deriva. Non sto organizzando il partito di Oliverio, metto a disposizione la mia competenza, le mie energie. La mia vita l’ho spesa per una idea, per un progetto, per contribuire a riscattare la mia terra. Ora lo faccio con maggiore determinazione, libero da assilli di collocazione».

Ci dice invece come vede questa opportunità del Pnrr, che dovrebbe fare la Calabria per non perdere questo treno…
«Osservo in primo luogo che deve esserci un cambio di registro a livello nazionale. Perché se questa opportunità non viene usata per superare squilibrio, rischiamo di alimentare il gap nel Paese. Ho visto che nella prima tranche di trasferimento di risorse ovvero 35 miliardi di euro sono stati utilizzati 70% al Nord e 30 al Sud. Questo non va bene, va invertito approccio. Bisogna ragionare poi su cosa investire. Il modello green dell’economia va perseguito con una impostazione coerente e qui il Sud può essere davvero volano e superare la perifericità. Abbiamo presentato un progetto per L’alta velocità Sa/Rc con l’ausilio degli atenei calabresi e siciliani che individuando tecnologie utilizzate in Spagna può consentirne la realizzazione con 11 miliardi di euro. È bastata mettere una freccia argento per vedere quanta domanda c’è sulla tratta Sibari-Bolzano. Sugli aeroporti, che abbiamo riunito in una società unica di gestione per razionalizzare, abbiamo aumentato le tratte. La Germania oggi è collegata con 16 scali a Lamezia. Infine studiare forme di automatismo, modello credito d’imposta, per far sì che l’accesso alle risorse sia più veloce e trasparente. Per una idea della Regione orientata allo sviluppo non all’assistenza».

Le domande sono state poste da Massimo Clausi, Maria Francesca Fortunato, Paride Leporace, Enrica Riera, Valerio Panettieri e Rocco Valenti

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