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Il recupero di cocaina in mare

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I dettagli del blitz contro gli Alvaro che ha portato alla luce le rotte del narcotraffico con i boss che dalle celle del carcere di Siracusa gestivano la cocaina dal Sudamerica


REGGIO CALABRIA – Non è una novità, ma la notizia suscita sempre clamore e meraviglia: ci sono boss che riescono a gestire i loro affari anche quando sono in stato di detenzione. La maxi operazione, coordinata dalla procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, dai carabinieri della compagnia di Palmi e dal Nucleo Investigativo del Gruppo di Gioia Tauro e scattata all’alba di ieri -35 le persone arrestate- ha confermato quella che è diventata una quasi normalità. Attraverso l’uso della tecnologie con il supporto umano di congiunti o sodali i capi danno indicazioni, impartiscono ordini, consigliano le strategie.

La cosca Alvaro di Sinopoli nella persona di un suo esponente, a questa possibilità non rinunciava. I particolari dell’operazione scaturita da un’indagine dei militari dell’arma, sviluppatasi in due diverse fasi, sono stati raccontati in una conferenza stampa convocata dal capo della procura reggina, Giuseppe Borrelli.

Ed è stato proprio il capo dell’ufficio dei pm della città dello Stretto a raccontare un particolare significativo: alcuni leader del gruppo erano in grado, nonostante fossero detenuti nel carcere di Siracusa, a rapportarsi con l’esterno. E’ stata la rigorosa analisi di alcune chat a consentire la scoperta. Secondo quanto ricostruito, due detenuti avevano avuto a disposizione un telefono criptato. Per precisione, giusto dire che la tecnica era in uso non solo al clan di Sinopoli, ma anche ad altre cosche.

L’INTERESSE INVESTIGATIVO CHE PUNTA SU ALVARO E IL TRAFFICO DI COCAINA DAL SUDAMERICA

L’interesse investigativo riguarda in particolare il gruppo Alvaro-Palachi e il clan Gallace di Guardavalle. Due rappresentanti delle rispettive consorterie facevano, insomma, ascoltare la loro voce oltre i muri della struttura carceraria. La necessità di comunicare con l’esterno era legata alle dinamiche del narcotraffico internazionale, totalmente incentrate sullo spostamento di impressionanti quantitativi di cocaina dall’America del Sud al porto di Gioia Tauro, solito e solido riferimento strategico.

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Da li, una volta recuperate le tonnellate di polvere bianche, la merce veniva fatta ripartire con destinazione finale Slovenia e Grecia. C’è il sospetto dichiarato che l’organizzazione, oltre ad avere un collegamento con alcuni gruppi siciliani, godesse della collaborazione di portuali infedeli. In effetti l’indagine ha consentito di accertare con la quasi totale certezza la collaborazione tra i venditori d’oltre Oceano, i boss calabresi e alcuni operatori del porto calabrese, che avrebbero avuto il compito di esfiltrare, cioè togliere dalle stive delle navi, e di dare indicazioni su come eludere i controlli, con un compenso in provvigione del 15 per cento dell’intero valore.

In conferenza stampa si è fatto riferimento a due riuscite operazioni di sequestro di droga. La prima nel porto brasiliana di Santos, quando la polizia locale, in collaborazione con le autorità italiane, sequestrò 233 chili di cocaina. La seconda nel porto panamense di San Cristobal, quando, sempre nel contesto di una sinergia di polizia internazionale, vennero scoperti e sequestrati 31 chilogrammi sempre di cocaina.

LA CRONACA DEL BLITZ

Tornando alla cronaca della giornata, il blitz è scattato nelle prime ore di ieri 22 luglio 2026. Duecento gli uomini impegnati oltre che sul versante tirrenico della città metropolitana, in particolare a Sinopoli e Sant’Eufemia di Aspromonte, anche Catanzaro, Cosenza, Palermo, Catania, Trapani, Caltanissetta, Torino Milano, Pavia, Pescara e l’Aquila. Quarantasette i capi di imputazione a conclusione di un lavoro che si è caratterizzato per due momenti fondamentali riferiti a due bienni, 2020-2021 e 2023-2024. Il primo blocco di indagine ha avuto come oggetto lo studio delle chat, recuperate attraverso la piattaforma SkyEcc, e la ricostruzione dei dialoghi e dei contenuti degli innumerevoli messaggi, scambiati tra indagati e i referenti sparsi in vari angoli del pianeta.

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Era accaduto che dopo avere ottenuto e caricato su un camion la merce si dileguavano. Uno sgarro pesante, che indusse alcuni degli indagati a raggiungere più volte Palermo per arrivare ad una soluzione e ottenere il saldo di 500 mila euro. Non trovando una via d’uscita diplomatica, fu ipotizzato il sequestro di una delle persone colpevoli dell’azione irriguardosa. Furono cosi stabiliti controlli nell’area in cui il piano sarebbe dovuto scattare. Ma una serie di controlli sui calabresi in trasferta da parte dei carabinieri fece saltare i piani, inducendo coloro che avrebbero voluto vendicarsi a rinunciare. L’inchiesta ha anche messo in evidenza un grande giro di compravendita di armi. Le cosche di mafia, quelle di ‘ndrangheta compresa, sono sempre multiservice.

L’ESPERIENZA NEL TRAFFICO DI DROGA MATURATA DALL’ORGANIZZAZIONE

Il secondo blocco, pur rimanendo incentrato sul business della droga, ha raggiunto anche il fine di capire ulteriormente quanto fosse consolidata l’esperienza dell’organizzazione. Una esperienza che avrebbe permesso la costante presenza del gruppo in un mercato sempre pericoloso. Nel quale la tenuta dei rapporti è fondamentale. Ma altrettanto necessaria è la dimostrazione della propria fermezze e ferocia, a fronte di patti non rispettati o che si sospetta possano essere violati. Una circostanza ricostruita dagli investigatori aiuta a capire meglio il senso di quanto appena riportato. Il gruppo dei sinopolesi sarebbe entrato in tensione con alcuni omologhi palermitani, accusati di non avere pagato una fornitura di cocaina.

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