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Funerale in chiesa negato per Domenico Belfiore, boss della ’ndrangheta e mandante dell’omicidio Caccia. Le critiche di don Ciotti e la posizione della diocesi di Ivrea


TORINO – Il questore di Torino, Massimo Gambino, ha disposto delle prescrizioni per il funerale di Domenico Belfiore, boss della ‘ndrangheta morto venerdì scorso a 73 anni all’ospedale di Chivasso (Torino).

MORTE DOMENICO BELFIORE, IL QUESTORE VIETA IL FUNERALE IN CHIESA

Le esequie non si terranno in chiesa. Vietato anche il corteo funebre: la sepoltura, al cimitero di Chivasso, dovrà avvenire in forma privata e in mattinata oggi, martedì 24 febbraio. Belfiore era stato condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, ucciso da un commando il 26 giugno del 1983. Non si era mai pentito e il funerale in chiesa aveva suscitato polemiche, tra le quali quella di Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera.

CHI ERA DOMENICO BELFIORE

ll boss, originario di Gioiosa Jonica, è morto venerdì all’ospedale di Chivasso a 73 anni per un infarto, dopo avere trascorso oltre trent’anni tra carcere e domiciliari senza mai pentirsi né collaborare con la giustizia.

LA POLEMICA CON DON CIOTTI

L’iniziale scelta di celebrare il rito in chiesa ha acceso una dura polemica tra mondo antimafia e gerarchia ecclesiastica.

Don Ciotti: «Non si può mettere un mafioso non pentito sullo stesso altare dei santi»
«Pregare per un defunto è un atto di carità che non si nega a nessuno perché la misericordia di Dio è più grande dei nostri peccati. Ma celebrare una messa solenne per un mafioso non pentito non è solo preghiera. È mettere un uomo di sangue sullo stesso altare dove celebriamo i santi. È questo che vogliamo trasmettere alle nostre comunità?», ha dichiarato don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, intervistato da La Stampa a proposito delle esequie di Belfiore.

FUNERALE IN CHIESA PER CHI NON SI È PENTITO: FERITA ULTERIORE PER I PARENTI DELLE VITTIME

Per il sacerdote, in prima linea da decenni nel contrasto alle mafie, un funerale in chiesa per chi «ha ucciso e non si è pentito» non è solo un errore pastorale ma «una ferita in più inferta ai familiari delle vittime», perché trasmette l’idea che il dolore di chi ha perso «un padre, una madre, un fratello per mano della mafia» possa essere messo da parte. Don Ciotti invita la Chiesa a chiedere scusa e richiama la responsabilità delle comunità: «Il “mi faccio i fatti miei” è il miglior alleato delle mafie. Quando una comunità tace, quando un parroco sceglie la via più facile per non scontentare nessuno, si crea l’humus fertile per la sopravvivenza del male».

Secondo il fondatore di Libera, il caso Belfiore non è un episodio isolato ma «il sintomo di una zona grigia che ancora esiste», quella in cui si intrecciano silenzi, indulgenze e ambiguità nei confronti dei poteri criminali.

FUNERALI DOMENICO BELFIORE, IL VESCOVO DI IVREA: «CHIEDIAMO LA MISERICORDIA DI DIO»

Di segno diverso la posizione del vescovo di Ivrea, monsignor Daniele Salera, che difende la scelta di concedere le esequie religiose pur introducendo elementi di sobrietà nella celebrazione. «Siamo a conoscenza di quanto il defunto ha compiuto in vita, ma non possiamo sapere di un suo effettivo pentimento interiore», ha spiegato, richiamando la distinzione tra foro interno, cioè la coscienza, e foro esterno, ciò che è visibile della vita di una persona.

«Non potendo sapere quanto, negli ultimi attimi della sua vita terrena, il defunto ha potuto vivere nella relazione con Cristo Salvatore, è bene procedere chiedendo, attraverso le esequie, la misericordia di Dio», ha aggiunto il presule, specificando che la forma concordata con la famiglia – esequie inserite nella liturgia della Parola – conferirà al rito «maggiore sobrietà e semplicità».

LA MORTE DI BRUNO CACCIA, UNA FERITA APERTA PER TORINO E LA CALABRIA

La vicenda riporta al centro dell’attenzione non solo la memoria del procuratore Bruno Caccia, primo magistrato in servizio ucciso dalla ’ndrangheta, ma anche il radicamento dei clan calabresi al Nord e i rapporti, spesso problematici, tra mafie e riti religiosi. Belfiore, considerato per anni un punto di riferimento della criminalità calabrese a Torino, era originario di Gioiosa Jonica, nel cuore della Locride, territorio simbolo della presenza ’ndranghetista in Calabria e nel resto d’Italia.

Per molte realtà dell’antimafia sociale, tra cui Libera, consentire funerali in forma solenne a boss che non hanno mai preso le distanze dalla propria storia criminale rischia di trasformare la liturgia in un messaggio ambiguo nei confronti delle comunità, soprattutto in quelle terre – dal Piemonte alla Calabria – dove la ’ndrangheta ha costruito nel tempo un potere che passa anche da simboli, consenso e visibilità pubblica.

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