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Le porte della chiesa della Trinità a Potenza

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POTENZA – Sono usciti insieme dalla chiesa della Trinità, accolti da urla, hanno attraversato la folla del presidio di Libera, imboccato le scale e proseguito per via del Popolo. Ed è qui che Giuliano Vespe, responsabile diocesano della Fraternità di Comunione e Liberazione e Michele Prestera, responsabile diocesano dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, hanno accettato di rispondere ad alcune domande.

Perché andare a messa proprio questa mattina e proprio in quella parrocchia?

Vespe: «Ogni domenica partecipiamo a questo gesto, che è il più alto per chi è cristiano».

E il fatto che ci sia stata una richiesta da parte della famiglia Claps di non frequentare questa parrocchia perché vi è stata uccisa Elisa e fino a quando non la chiesa non chiederà perdono, non lo considerate importante?

Vespe: «Sono 17 anni che è rimasta lì, questa figlia, coperta dai calcinacci nel sottotetto. Per 17 anni, credo (ma la questione si può approfondire), tutti i giorni è stata detta una messa. La domanda secondo me è questa: 17 anni, per 365 giorni all’anno, non so quante migliaia di messe si sono celebrate. Si tratta di capire se quella di oggi continua o meno il mistero di quella morte, di quella croce».

Si può facilmente obiettare che per 17 anni non si era saputo che Elisa fosse lì.

Vespe: «Adesso che si è saputo, è più necessario di prima. Il grido di dolore della famiglia può essere in qualche modo redento ma non lo possiamo mutare noi. E’ un mistero grande quello della croce e della risurrezione di Cristo. Andiamo a messa per questo, per questa speranza, perché ciò che è successo a quell’uomo duemila anni fa possa riaccadere nelle nostre vite. Solo per questo. E’ un mistero grande davanti a cui ci inchiniamo. Ha detto monsignor Ligorio oggi (ieri per chi legge, ndr) dalla lettura del Vangelo: se qualcuno vuole seguirmi prenda la sua croce e mi segua. La libertà nostra è sempre salvata per chi è fuori e per chi è dentro la chiesa. Dico solo un particolare: fuori c’erano degli amici miei. In un caso, il marito era fuori e la moglie dentro. Oggi si ritroveranno alla stessa tavola».

E questa vicenda, che lei sappia, è stata motivo di dissidio in famiglia?

Vespe: «No. Mi auguro di no. Non posso vivere un dissidio con chi era fuori. Io sono parte di loro».

Prestera: «Noi vogliamo la verità. Non è che noi nascondiamo qualcosa. Anche noi abbiamo bisogno di capire tutta questa vicenda. Conosciamo benissimo il dramma, il dolore umano di una famiglia che perde un figlio. Siamo padri di famiglia. Ma l’atteggiamento non è di rancore e di odio. Si costruisce sull’amore. Si costruisce sull’unità, sulla preghiera. Queste sono le condizioni per andare avanti. Dopodiché, si condividono tutti i passaggi e sicuramente la verità verrà a galla. Ma, come sappiamo benissimo, il grano va insieme alla zizzania. Chissà quando il Signore potrà farci capire tutta questa vicenda».

Ma qual è in questo momento, a vostro parere, la responsabilità del vescovo? Non deve chiedere perdono, come chiesto a più voci?

Vespe: «La vicenda è al di fuori della chiesa. È avvenuta in un sottotetto. Quindi il perdono avviene se c’è un peccato, una dimensione di dimenticanza. Il perdono è un sacramento come tutti gli altri. Non vedo perché la chiesa debba inginocchiarsi per qualcosa che purtroppo ha subito anche lei. Sono invece dell’avviso che il vescovo continui nel lavoro che sta portando avanti, che i cattolici rientrino nelle proprie parrocchie e costruire questo mondo nuovo. Tutto quello che si è costruito invece è contro la chiesa».

Prestera: «L’aiuto grande ci viene da papa Francesco, il quale ha scritto a monsignor Ligorio e ha scritto anche alla famiglia. Non ha due penne e non ha due criteri per giudicare la cosa. Ha dato indicazioni perché la chiesa possa rimanere un luogo di preghiera. Bisogna seguire e far proprie quelle parole, perché non cadano nel dimenticatoio. È un’esortazione a recuperare quella comunione che neanche punti di vista diversi possono minare. Quella è la strada. Ha detto che ci vuole tempo, che dobbiamo accompagnarci gli uni con gli altri, perché ritorni la pace in ogni cuore coinvolto in questa vicenda, dai familiari all’ultimo degli osservatori esterni. Ma non ci sono osservatori: siamo tutti coinvolti in questa storia che investe la nostra città e la nostra diocesi. Seguire le indicazioni del papa in modo stringente potrebbe essere, questo è l’augurio, il viatico per una riconciliazione. Il tempo lo saprà dire».

Pur essendo entrati in chiesa, avete condiviso la manifestazione di oggi?

Prestera: «Sì. Il papa ha parlato di silenzio, e per la verità non è stata molto silenziosa. Cos’è la messa? È fare nostre parole eterne. La nostra carne la prestiamo perché quelle parole possa riaccadere in noi e cambiarci. Il dolore, il rammarico, la sofferenza che sono rimaste fuori dalla chiesa. È come se uno avesse una ferita, perdesse sangue, arrivasse sulla porta del Pronto soccorso e non entrasse. Se ci tieni alla vita, entri. Se invece vuoi fare da te, aspetti fino a quando qualcuno ti prende e ti porta dentro».

Le parole che provenivano da fuori e che avete ascoltato vi hanno fatto riflettere su qualcosa che porterete con voi?

Vespe: «Noi continueremo a pregare perché la verità venga a galla. E preghiamo anche per la famiglia, come tutte le famiglie che hanno sofferto e soffrono di violenze e drammi. Preghiamo e pregheremo perché nasca il mondo nuovo, attraverso la morte e la risurrezione di Gesù Cristo e accogliendo nella nostra dimensione umana queste situazioni».

Il vescovo ha detto qualcosa, durante l’omelia, in merito alla manifestazione e a questa situazione?

Prestera: «No. La paternità di monsignor Ligorio non ha bisogno di semplificazioni. Uscendo fuori una ragazza, giovanissima, mi ha investito mettendomi sotto il naso la foto di Elisa e mi ha chiesto: ma tu ce l’hai una figlia? Io una figlia ce l’ho. Dopo l’avvenimento di oggi sento ancora più mio il dolore della mamma di Elisa, della comunità e anche del vescovo. Mi auguro di poterlo custodire».

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