X
<
>

Paolo Cappello

Condividi:
4 minuti per la lettura

COSENZA – Pochi mesi dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti la violenza fascista mieteva un’altra vittima. Il muratore socialista Paolo Cappello spirava infatti nell’ospedale di Cosenza il 21 settembre del 1924 dopo sei giorni di agonia. Un colpo di rivoltella esploso dai fascisti lo centrò in pieno petto. Il delitto ebbe un’eccezionale carica emotiva in tutta la Calabria.

LA VITA DI PAOLO CAPPELLO

Cappello nacque a Pedace nel 1890 da genitori ignoti e venne affidato alla famiglia Larosa. Crebbe nel popolare rione della Massa dove gli esordi nel XX secolo furono anni molto difficili. Di indole piuttosto “irrequieta” Cappello ebbe diversi problemi con la giustizia per piccoli reati che lo condurranno anche al forzato soggiorno nel carcere di Colle Triglio. Poi venne l’impegno politico che rappresentò un vero e proprio riscatto sociale. In un primo momento simpatizzò per le idee repubblicane ma prima dello scoppio della Grande Guerra divenne socialista ed entrò a far parte del comitato direttivo della sezione socialista cosentina.

«Non vi fu piccola lotta cosentina, economica o politica, che non lo rinvenne nella prima linea sempre pronto a sguainar l’anima dritta là dove la lotta per il pane e per l’Idea», ricorderà Pietro Mancini sulle colonne de “La Parola Socialista”. Il 17 marzo del 1924 Cappello venne arrestato insieme ad altri compagni con l’accusa di aver ferito al volto il fascista Giuseppe Carbone ma la Corte di Cassazione li assolse per mancanza di prove. Pietro Mancini, avvocato di Cappello, commentò così il processo e il pesante clima che si respirava in città: «La calunnia si era spuntata contro la giustizia e di più contro le prove. I fascisti erano rimasti delusi ed amari. Si segnarono a dito quell’assoluzione. Paolo Cappello non si spaventò delle minacce della Disperata».

CAMICIE NERE E GAROFANI INSANGUINATI

Anche a Cosenza la contrapposizione tra fascisti da una parte e socialisti, comunisti e popolari dall’altra era sempre più cruenta. La guerra aveva fatto scuola di violenza e le camicie nere agitavano lo spettro del bolscevismo per fare proseliti e legittimare le loro “spedizioni”. I partiti antifascisti di certo non porgevano l’altra guancia, reagivano come potevano intuendo però di non essere tutelati dalle istituzioni in una lotta che appariva sempre più impari.

Le provocazioni e le risse erano ormai all’ordine del giorno. Accadde così che la sera del 14 settembre lo squadrista Francesco Bartoli strappò il tradizionale garofano rosso dalla giacca del socialista Francesco Mauro. In tutta risposta lo stesso Bartoli fu preso a bastonate da Achille Mauro, fratello di Francesco. Antonio Zupi e le altre camicie nere bramavano vendetta per le vergate inferte al loro camerata e aggredirono sul ponte di San Francesco un gruppo di socialisti.

L’AGGUATO A COLPI DI PISTOLA

Questa volta però purtroppo non ci si limitò a una scazzottata. Furono esplosi anche dei colpi d’arma da fuoco, uno di questi colpì Paolo Cappello. Trascinatosi grondante di sangue sul corso principale, il ferito venne raccolto e portato a braccia in ospedale. Prima di morire rivelò che a premere il grilletto contro di lui fu Antonio Zupi. Quest’ultimo venne immediatamente arrestato e tradotto in carcere.

IL PROCESSO AD ANTONIO ZUPI

Il processo si tenne a Castrovillari e si svolse in un clima di forte tensione politica. Le squadracce di Cassano allo Ionio e Spezzano Albanese presenziarono alle varie udienze processuali parteggiando ovviamente per Zupi. Il centurione venne alla fine assolto e portato in trionfo dalla folla di fascisti radunatosi nella città del Pollino. Pietro Mancini e Fausto Gullo, difensori della parte lesa, furono invece costretti a barricarsi in casa del presidente del Tribunale per sfuggire alla violenza squadrista.

Il 16 marzo del 1945 la Corte di Cassazione dichiarò «l’inconsistenza giuridica della sentenza di assoluzione emessa il 10 novembre del 1925 dalla Corte d’Assise di Castrovillari nei confronti degli imputati».

Ma, come ricordò Pietro Mancini: «Venne l’amnistia Togliatti e gli imputati ne chiesero l’applicazione, che fu loro concessa», (per ulteriori dettagli si rimanda al libro del giornalista e storico Matteo Dalena “Quel garofano spezzato. Paolo Cappello, muratore antifascista”).

DIECIMILA PERSONE AI FUNERALI

La targa in memoria di Paolo Cappello

Ai funerali, in cui furono vietati per motivi d’ordine pubblico fiori, bandiere e discorsi, parteciparono diecimila persone come riportato nell’articolo “Diecimila persone ai funerali del compagno Paolino Cappello” apparso sul quotidiano socialista ”L’Avanti” il 25 settembre 1924.

Dopo la caduta del fascismo il sindaco Francesco Vaccaro intitolò all’operaio socialista la vecchia piazza “Littorio”. A Cappello nel 2016, è stata inoltre intitolata la sezione provinciale cosentina dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Condividi:

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

EDICOLA DIGITALE