X
<
>

Nicolino Grande Aracri

Tempo di lettura 3 Minuti

IL BOSS Nicolino Grande Aracri è stato capace, e ne fu condannato, per aver fondato una “provincia” paritetica rispetto a quella di Reggio, vera rivoluzione nella geografia mafiosa della Calabria per l’audace rivendicazione di autonomia rispetto alla casa madre della ‘ndrangheta, come emerge dalle carte del processo Kyterion, nome bizantino di Cutro che sta per argilla, la sostanza di cui è intrisa la collina su cui si erge la cittadina assurta, negli ultimi anni, a capitale mafiosa.

Un progetto, quello di Grande Aracri, che è ormai scolpito nel capo d’imputazione del processo “Rinascita”, che ridisegna la mappatura della ‘ndrangheta individuando tre “province”: oltre a quelle di Reggio – la cui struttura unitaria è stata sancita dalla sentenza “Crimine” – e Vibo Valentia, c’è, appunto, Cutro, con supremazia sulla Calabria mediana e settentrionale.

Se il “pentimento” fosse ritenuto attendibile dagli inquirenti della Dda di Catanzaro, che mantengono il più stretto riserbo, sarebbe un vero colpo all’unica organizzazione criminale presente in tutti i continenti e che, oltre a tenere sotto scacco interi territori della Calabria, con le sue ramificazioni fa affari in Nord Italia andando a braccetto con pezzi di politica e istituzioni, imprenditoria e massoneria deviata.

Ne avrebbe di cose da dire, infatti, il capo di una “piovra” che, stando a un’intercettazione, potrebbe contare su un «esercito» di 500 uomini sparsi in tutta la Penisola; uno che vantava ingerenze in ambienti massonici forse in grado di arrivare a condizionare alcuni giudici. Un esercito irregolare che Grande Aracri, nel periodo in cui era tornato in libertà dopo una lunga detenzione, quei nove mesi di fuoco tra il 2012 e il 2013, dirigeva dalla sua ormai famigerata tavernetta monitorata dalle Dda di mezza Italia.

Difficile, in questa fase embrionale del percorso intrapreso, dire se Grande Aracri fornirà un contributo nuovo rispetto alle emergenze processuali degli ultimi 30 anni, che hanno cristallizzato la caratura del capo crimine (“crimine internazionale” è la dote di ‘ndrangheta di cui si vantava col suo ex braccio destro, quel Salvatore Cortese pentitosi pure lui anni fa).

In un caso analogo, il capo della cellula emiliana del clan, Nicolino Sarcone, non è stato ritenuto attendibile dalla Dda di Bologna perché, dopo la condanna a 15 anni, è parso agli inquirenti che volesse “salvare” i fratelli senza aggiungere nulla di nuovo nelle sue dichiarazioni.

Quale sia il disegno di Grande Aracri è ancora presto per dirlo. Dal carcere di Milano Opera non si sarebbe mosso praticamente più essendosi beccato, tra le numerose condanne che deve ancora scontare, anche diversi ergastoli. Uno è divenuto definitivo per l’omicidio del suo rivale storico, il boss Antonio Dragone del quale fu luogotenente, ucciso a Cutro in un agguato in cui fu utilizzato un bazooka nel maggio 2004 (processo Kyterion).

C’è l’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Ruggiero, assassinato a Brescello nel giugno ’92 da un commando travestito da carabinieri (processo Aemilia ’92, in Appello). C’è l’ergastolo per i sette omicidi di cui è stato ritenuto mandante negli anni di piombo tra il ’99 e il 2000, (processo Scacco Matto, Appello bis), vittime Antonio Simbari, Raffaele Dragone e Tommaso De Mare, Rosario Sorrentino, Francesco Arena e Francesco Scerbo.

È la pietra miliare, il processo Scacco Matto, scaturito dall’operazione con cui nel dicembre 2000 furono disarticolate due cosche allora ritenute emergenti, quella dei Grande Aracri a Cutro e dei Nicoscia a Isola Capo Rizzuto, federatesi per scalzare dal comando nei rispettivi centri d’influenza le più blasonate famiglie Dragone e Arena.

Ma la scalata è proseguita in Calabria e al Nord, fino al colpo forse decisivo. Nel gennaio 2015, con una manovra a tenaglia, scattarono le operazioni Kyterion, Aemilia e Pesci, condotte rispettivamente dalle Dda di Catanzaro, Bologna e Brescia, dalle quali sono sfociati processi per oltre 300 persone in gran parte di Cutro o provenienti da Cutro.

Un esercito, nel quale tremano tutti, ora, dai colonnelli ai fanti, perché il “capo” assoluto ha iniziato a “cantare”. Ma trema pure una vasta zona grigia, un mondo di mezzo fatto di professionisti e imprenditori che fungeva da cerniera tra l’ala militare e l’economia apparentemente legale, la politica e le istituzioni.

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA