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Il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano

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L’abbiamo varata, l’abbiamo potenziata, l’abbiamo blindata. La breve vita della famigerata clausola del 34%, la misura che sulla carta impone alle amministrazioni centrali di destinare al Mezzogiorno una quota di investimenti pari alla popolazione, è costellata di promesse e rivendicazioni da parte di presidenti del Consiglio e ministri del Mezzogiorno. Con risultati, almeno finora, magri. Tanto che ogni governo successivo si è affannato a controllare, verificare, far rispettare il vincolo introdotto a inizio 2017. Ma andiamo con ordine.

L’ERA DE VINCENTI

In principio fu il governo Gentiloni. A febbraio 2017, l’esecutivo nato dalle ceneri referendarie di Matteo Renzi, converte in legge con il decreto varato due mesi prima. Almeno sulla carta, è una svolta. Si stabilisce che spetterà al presidente del Consiglio, di concerto con il ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno, emanare una direttiva che individui gli investimenti vincolati alla clausola del 34% e che, sulla base della stessa direttiva, bisognerà verificare se le amministrazioni centrali centrali sia siano conformate o meno. Tutto a partire dalla legge di Bilancio 2018.

«È stata completata la fase istruttoria – annunciava a maggio 2018, poco dopo la formazione del governo gialloverde, il ministro del Mezzogiorno uscente Claudio De Vincenti – con l’acquisizione da parte delle amministrazioni dei dati e delle proposte per l’identificazione dei programmi di spesa di investimento da ricomprendere nel criterio del 34%. Spetterà ora al prossimo Presidente del Consiglio adottare la direttiva che darà gambe al riequilibrio territoriale previsto dalla legge che noi abbiamo varato».

LEZZI ALLA RISCOSSA

Altro giro, altra corsa, altra rivendicazione soprattutto. Al posto di De Vincenti arriva la ministra pentastellata Barbara Lezzi. «Per il Sud abbiamo inserito diverse misure, a partire dalla la quota ordinaria degli investimenti statali al 34%, allargata anche per Anas ed Rfi. Questa quota spetta al Mezzogiorno in quanto qui vive il 34% della popolazione italiana, ma la cifra precedentemente destinata al Sud era inferiore al 29%. Abbiamo scritto una legge chiara in modo tale che ci siano anche tutti gli adeguati strumenti di monitoraggio per verificare l’applicazione del 34%».

La storia poi, per non dire la realtà, ha preso tutta un’altra piega, tanto che da ex la stessa Lezzi, dalle colonne di questo giornale, ha dovuto costatare che «si è perso un anno». Dodici mesi dopo la legge di Bilancio firmata dal governo Conte I, quella che avrebbe dovuto “abolire la povertà”, si rende necessario un nuovo ritocco.

IL RITOCCO DI PROVENZANO

A firmarlo questa volta è Giuseppe Provenzano, nuovo ministro per il Mezzogiorno e la Coesione territoriale. A differenza della norma del 2017, la manovra varata dal governo giallorosso stabilisce quello della popolazione come “unico criterio di riferimento per l’assegnazione differenziale delle risorse in favore del Mezzogiorno” ed elimina la necessità di un decreto del presidente del Consiglio “stabilire le modalità per verificare l’attuazione delle disposizioni, nonché l’andamento della spesa erogata”.

Per Provenzano la differenza fra passato e presente sta nella nuova modalità di controllo, non più ex post, ma ex ante. «In manovra abbiamo trasformato il principio teorico del 34% in norma di legge valida ex ante, non come controllo a posteriori» è l’assicurazione del ministro, per anni in forze alla Svimez. «D’ora in poi un terzo di tutti gli investimenti nazionali andrà al Sud, in proporzione alla sua popolazione». I suoi predecessori sono stati, purtroppo, smentiti dai fatti. la spesa in conto capitale destinata al Sud non è mai riuscita a schiodarsi dalle colonne di Ercole del 28%, con minimi del 19%.

I NUMERI DI TONINELLI

Questo nonostante le convinzioni di un altro ex ministro, il titolare dei Trasporti Danilo Toninelli, che a luglio dichiarava: «Come Governo abbiamo dato indirizzo all’amministratore delegato di Anas e Ferrovie dello Stato di incrementare gli investimenti in infrastrutture nel Mezzogiorno, che passeranno in percentuale rispetto alla popolazione, dall’attuale 34% al 41%».

Numeri, quelli di Toninelli, che evidentemente non sono noti ai Conti Pubblici Territoriali che per il 2017 stimano l’impegno di Anas e Fs al Sud in quote rispettivamente del 70% e del 29,1%. Certo, si potrebbe obiettare, il piano di Ferrovie per gli anni 2019-2023 in effetti prevede l’impegno del 40% delle risorse nel Mezzogiorno. Anche qui però le promesse, su carta, rischiano di lasciare il posto a una realtà deludente: una bozza non ufficiale, ben nota ai piani alti, destinerebbe una quota di investimenti dell’11-16% alle regioni meridionali. Un record, persino per Ferrovie.


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