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Nicolino Grande Aracri

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Perché un boss del calibro di Nicolino Grande Aracri ha deciso di collaborare? Se lo chiedono in molti in questi giorni, da quando Antonio Anastasi ne ha pubblicato la notizia sulle pagine di questo giornale (LEGGI).

Se lo chiede anche la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che da quasi un mese raccoglie le “confidenze”, anche quelle più recondite, di un boss che potrebbe fare luce su tutte quelle relazioni inconfessabili che puzzano di clan e che la famiglia Grande Aracri ha intrattenuto per decenni non solo in Calabria, ma anche in Emilia Romagna, Lombardia, Veneto e Basilicata.

L’arresto della moglie e della figlia nell’ambito dell’operazione Farmabusiness potrebbe avere avuto un ruolo nella decisione del boss, ma non è da escludere che in carcere abbia avuto il timore che qualcuno potesse metterlo a tacere.

Sa troppe cose “Mano di gomma”, boss sanguinario e violento che ha sempre dimostrato di avere una forte vocazione imprenditoriale. Comandava su mezza Calabria e vantava addentellati massonici in grado di condizionare processi e sentenze. Nella storia della ’ndrangheta nessuno aveva osato sfidare la centralità del crimine di San Luca, un organismo di raccordo esistente già nella prima metà del Novecento.

Era stato il fratello di Giuseppe Musolino, Antonio, a svelarne l’esistenza ai magistrati, facendo riferimento a tre macro-zone, la “Matrice”, la “Montagna” e la “Piana”, guidate rispettivamente da un “criminale” e coordinate da un “Gran Criminale”, indicato prima in Michele Campolo e successivamente in Francesco Filastò.

C’è voluto il processo Crimine Infinito per dimostrare la veridicità della testimonianza di Musolino, caduta inizialmente nell’oblio della sbornia culturalista che riconduceva tutto al territorio e alla mentalità di certi calabresi.

Grande Aracri dopo essersi liberato dell’ingombrante presenza di Antonio Dragone, ha fondato una provincia paritetica rispetto a quella di Reggio Calabria, «una vera rivoluzione nella geografia della ’ndrangheta per l’audace rivendicazione di autonomia», come mette in evidenza Anastasi nella sua efficace ricostruzione del boss cutrese.

Mai prima di “Mano di gomma” un boss di quel lignaggio aveva deciso di collaborare. Era dai tempi di Filippo Barreca, di Giacomo Lauro e del processo Olimpia che non si raccoglievano informazioni così preziose, come quelle che potrebbero sbrecciare il sistema relazionale che ha portato il clan Grande Aracri a radicarsi anche in molte regioni del Nord.

D’altronde la ’ndrangheta è sempre stata un’associazione a partecipazione politica, fatta di associazionismo mafioso e di sistema relazionale.

Al Nord più che con il soggiorno obbligato si è affermata grazie all’imbarbarimento della politica e alla bulimia della classe imprenditoriale. Entrambe agiscono secondo logiche di convenienza, quelle che hanno legittimato i clan in trasferta. La finanziarizzazione, ovvero la difficoltà di distinguere i capitali legali da quelli illegali, ha fatto il resto.

Adeguatamente verificate, le dichiarazioni di “Mano di gomma” potrebbero avere l’effetto di uno tsunami, soprattutto al Nord, dove il clan Grande Aracri aveva rapporti con politici, imprenditori e professionisti.

Gente che, come ha messo in evidenza la consulente finanziaria bolognese, Roberta Tattini, condannata nel processo Aemilia, era consapevole del pedigree di “Mano di gomma”, descritto come il numero due della ‘ndrangheta, in cima a una montagna di denaro e sorretto da relazioni che puzzano di clan. Su cui bisognerà fare luce.


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