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William Norman Chamberlain in una illustrazione di Roberto Melis

Tempo di lettura 4 Minuti

C’è solo un numero, in tutti quelli che anno tradotto la sua vita sportiva e no in cifre, che non è a favore di William Norman Chamberlain detto Wilt, “Wilt the Stilt”. “Stilt è il trampolo”. I trampoli erano le sue gambe senza fine. A 10 anni era alto 1,80 metri, all’ingresso nell’high school 2,10, da “uomo fatto” 2,16. Centoventicinque chili di carne, ossa e invidiatissimi muscoli. Wilt, uno dei migliori cestisti di sempre, da mettere in un quintetto con Michael Jordan, Kareem Abdul Jabbar, LeBron James e Kobe Bryant senza tener conto dei ruoli, ci penserebbero loro allo “Space Jam”, era nato nel 1936 a Filadelfia.

Quel numero a quattro cifre, per Wilt che andava spesso in doppia e una volta in tripla e nel totale in quintupla cifra (ha segnato in carriera 31.419 punti nell’Nba), è una rarità: 5.305. A suo modo un altro record. È il numero dei tiri liberi che Chamberlain ha sbagliato dalla lunetta. È più grande del numero di quelli azzeccati, è il 51,5 per cento del totale. Era un uomo di movimento, tanto che quando morì, da solo tra i suoi cani e i suoi gatti nella villa di Bel Air, Los Angeles, che aveva disegnato insieme con un architetto per avere dimensioni che gli consentissero di non sbattere la testa ad ogni passo e ogni porta, il Los Angeles Times scrisse due righe tanto semplici quanto efficaci: “Wilt Chamberlain. Morto. I due concetti non stanno insieme”. Chamberlain aveva 63 anni.

Questa cronica lunetta storta Wilt the Stilt non l’ebbe il 2 marzo 1962 quando, giocando con i Philadeplhia Warriors, questa squadra vinse 169 a 147, nel Giant Center di Hershey, in Pennsylvania, contro i New York Knicks. Quella volta ebbe la lunetta piena: segnò 28 tiri liberi su 32 che partirono dalle sue mani. La percentuale fu dell’87,5, altro che quella generale dei suoi “errori”. Sommando a questi 28 punti quelli dei 36 canestri (su 73) “imbucati” in corso di partita, 72 punti perché non c’era ancora il tiro-da-tre, arrivò “in tripla cifra”: 100 punti. Un record sempre valido, quello che s’è avvicinato di più è stato, quasi mezzo secolo dopo, Kobe Bryant quando nel 2006 ne realizzò 81. Il più prossimo compagno marcatore, quella volta in Pennsylvania, Al Attles, ne segnò 17.

Di quella partita, straordinaria e strana contemporaneamente, giacché i compagni per tutto il quarto quarto giocarono solo per far segnare Wilt e il pubblico cantava “Datela a Wilt” e gli avversari la tenevano per tutto il tempo disponibile e semmai si caricavano di falli su tutti gli altri ma non su di lui per impedirgli la lunetta con la mano calda, non esistono immagini televisive. Ci sono solo gracchianti spezzoni di radiocronaca e una foto che è divenuta un’icona. La scattò alla fine del match Paul Vathys, un premio Pulitzer per la categoria, che non era lì da professionista ma da padre accompagnatore di un figlio portato ad ammirare i giganti. Però, professionista qual era, la macchina fotografica la aveva sempre con sé. Il giornalista Harvey Pollack prese un foglio bianco e vi disegnò sopra, calcando la penna, il numero “100” e mise il foglio in mano a Chamberlain. Paul scattò e quella fu “l’Immagine”, nella quale Wilt non ha né lo sguardo né l’espressione entusiasta. Pensava “Nobody loves Goliath”, nessuno ama Golia, il nome del gigante che qualcuno aveva provato ad affibbiargli come nomignolo ma che a lui non piaceva. Che nessuno amasse Golia (è più buonista e politically correct supportare Davide) può darsi, anche se pure in questo campo i numeri smentirebbero il fatto. Chamberlain sostenne di aver avuto 20 mila donne e i soliti cultori di statistiche e percentuali hanno calcolato che, premettendo una prima volta a quindici anni, si sarebbe trattato di 1,2 rapporti quotidiani, sempre considerando la statistica dei due polli e di Trilussa (un uomo mangia due polli, un altro digiuna: ne hanno mangiato nella statistica uno ciascuno) che lascia aperta la porta che pure Wilt qualche giorno sia stato in astinenza e qualche altro sia andato ben oltre l’1,2.

I numeri individuali sono tutti dalla parte di Chamberlain; molti dei suoi record ancora resistono al tourbillon di Jordan, Magic Johnson, Larry Bird, Shaquille O’ Neal, LeBron James, Kobe Bryant, Karl Malone, Bill Russell che fu il suo avversario diretto, eccetera eccetera, ma senza tanti eccetera. Non fu altrettanto fenomenale come “uomo squadra”. E infatti fu 4 volte miglior giocatore della stagione, spesso miglior marcatore e miglior rimbalzista. Ma, quanto a titoli, non ne vinse che uno, a Filadelfia, con i 76ers, ed uno a Los Angeles, con i Lakers.

Quando finì con l’high school, se lo contesero 200 università: scelse Kansas. Con lui la squadra delle matricole sconfisse quella degli esperti nel tradizionale match di apertura: non era mai successo. Voleva diventare presto professionista, ma bisognava aspettare la fine del ciclo di studi. Un anno prima si arruolò per gli Harlem Globe Trotters, 50 mila dollari d’ingaggio, nell’Nba al massimo ne prendevano 20 mila. Il tour di quell’anno arrivò fino a Mosca: cambiavano le regole anche della convivenza. Chamberlain cambiò anche quelle del basket, o almeno le cambiarono per “stopparlo”. Furono messi i 3 secondi di sosta massima in una certa area, altrimenti Wilt, fermo lì, avrebbe preso tutte le palle alte e le avrebbe infilate nel canestro. Dovette farlo con maggiore rapidità, ma lo fece. Misero anche la regola che non poteva esserci interferenza sul pallone che stava andando a canestro: Chamberlain era un intercettore migliore d’ogni missile o drone.


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