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Marcello Manna e Pino Munno

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RENDE – «Io sto portando a Manna e Munno». Non è uno scioglilingua. Ma l’intercettazione chiave, secondo la Dda di Catanzaro, che spiegherebbe il patto tra il clan D’Ambrosio – una delle sette famiglie di ‘ndrangheta della “Confederazione” sgominata con la maxi operazione di ieri – e il sindaco di Rende, Marcello Manna, noto avvocato penalista e presidente dell’Anci della Calabria, finito agli arresti domiciliari con l’accusa di voto di scambio politico-mafioso. Insieme a Manna – espressione di una coalizione civica e vincitore alle elezioni comunali del 2019 al ballottaggio, con il 31,5% dei consensi – ai domiciliari è stato posto anche l’assessore ai Lavori pubblici del Comune, Pino Munno.

A pronunciare quella frase, captata nel maggio di tre anni fa, sarebbe stato uno degli esponenti apicali del clan, Massimo D’Ambrosio. Munno e Manna, in particolare, secondo la ricostruzione della Dda guidata dal procuratore Nicola Gratteri e avvalorata dal gip distrettuale Andrea Ferraro, «in cambio di un cospicuo pacchetto di voti, recuperato dal gruppo di ‘ndrangheta, relativamente ai rispettivi ruoli pubblici a Rende, avrebbero favorito la sotto-articolazione Gruppo D’Ambrosio, mediante l’aggiudicazione di gare (in primis l’affare del “palazzetto”) e assicurando un perpetuo trattamento di favore comprensivo di lavori di urbanistica e di favoritismi lavorativi, nonché una serie di utilità (date/promesse) che determinavano i D’Ambrosio a rinunciare ai classici 100 euro per voto».

Il pool antimafia guidato dal procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla (e composto, inoltre, dai pm Vito Valerio e Corrado Cubellotti) è partito dalle dichiarazioni del pentito Adolfo Foggetti, che «costituiscono un ulteriore elemento a fondamento della sussistenza delle esigenze cautelari, evocando contatti duraturi nel tempo con la criminalità organizzata cosentina» e si riferiscono alla campagna elettorale per le Comunali del 2014. «Tutti gli appartenenti al clan federato Rango-Zingari e Lanzino-Ruà – afferma il collaboratore di giustizia – si sono mobilitati per fare la campagna elettorale all’avvocato Manna, ad eccezione di Maurizio Rango, il quale da me interpellato e richiesto sul punto ebbe a riferirmi che i suoi familiari e/o parenti residenti in Rende erano legati a Principe». Il riferimento è all’ex sindaco Sandro Principe che, è il caso di precisarlo, è stato però assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nel processo “Sistema Rende”.

Foggetti rievoca il sostegno, a suo dire, offerto al penalista e dice che sarebbe stato anche ringraziato da Manna in persona per l’apporto elettorale. Il resto lo hanno fatto le intercettazioni dalle quali emergerebbe «la sussistenza di un rapporto tra Massimo D’Ambrosio e Pino Munno, assessore (ai lavori pubblici, manutenzioni, e rapporti con la Rende Servizi srl, e benessere animali) del Comune di Rende già nel 2014».

Le accuse, però si riferiscono alle elezioni del 2019. Secondo la Dda, Massimo D’Ambrosio si sarebbe adoperato per far eleggere i due amministratori rendesi e, in particolare, avrebbe contattato «diverse volte» Munno «per chiedergli di risolvere problemi di manutenzione delle strade e/o dei palazzi, rivolgendo tali richieste con tono estremamente confidenziale, e avendo sempre risposte affermative dal politico».

L’assessore, stando alle intercettazioni, è uno che «non chiude mai la porta» e il clan, anziché limitarsi a incassare i “classici 100 euro a voto” («ho rifiutato cento euro a voto»), avrebbe individuato «il tornaconto in altre “utilità”». Dando una «buona mano» nel quartiere di competenza (“io voglio guardarmi un poco la Cep … mi interessa là a me”), D’Ambrosio può affermare al telefono che «noi il nostro dovere lo abbiamo fatto». Alla base del presunto accordo ci sarebbe stata la gestione del palazzetto dello sport, tanto che D’Ambrosio avrebbe atteso l’esito della competizione: «vediamo il risultato e poi partiamo all’arrembaggio».

E ancora: «andiamo da Manna, ha preso la parola con me», ma in caso di mancato assolvimento degli impegni le ritorsioni sarebbero scattate, con riferimento all’imminente scarcerazione di Adolfo D’Ambrosio, fratello di Massimo e presunto vertice del clan. «Nel momento in cui fa un errore questo, a luglio torna quello».

Del resto, diceva il presunto uomo di ‘ndrangheta ignaro di essere captato, «vuole parlare con Manna mio fratello per il fatto del palazzetto di Rende siccome aveva pigliato l’impegno che Manna ce lo faceva pigliare… mi deve dire che devo fare, la persona pulita c’è». Il riferimento sarebbe a una testa di legno, secondo l’accusa una soluzione suggerita da Manna, anche se il clan pare puntasse pure ai fondi del progetto “Resto al Sud”. Del resto, in campagna elettorale «le promesse sono promesse».

Lo stesso trattamento D’Ambrosio pare se lo aspettasse per l’appoggio a Mario Rausa, poi divenuto assessore allo Spettacolo: «io lo do a chi mi ha servito e favorito… c’è il dottore Rausa, è un amico e io porto a lui… c’è Pinuzzu Munno…perché lo chiamo per tagliare l’erba…quell’altro e viene avanti… lampioni… c’è gente da tanti anni al Comune».

Un sistema? Secondo l’accusa, Manna si sarebbe rivolto anche al suo assistito Agostino Briguori (indagato per concorso esterno in associazione mafiosa) che, in cambio di pacchetti di voti, avrebbe chiesto al futuro sindaco di intercedere con l’ex rettore dell’Unical Gino Mirocle Crisci (assolutamente estraneo ai fatti). C’erano attività di Briguori in locali dell’Università e il proprietario aveva intimato di liberarli. Da una conversazione tra Briguori e Antonio Manzo emergerebbe un accordo per la gestione di due cooperative e l’assunzione di un membro per ogni famiglia da cui proveniva il voto, ma per il gip non ci sono elementi per ritenere provato il coinvolgimento di Manna nel presunto pactum sceleris.

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