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L'illustrazione di Chiara Fazi sulla copertina del libro di Carolina e Pierluigi Germini

Tempo di lettura 4 Minuti

conversazione tra CAROLINA e PIERLUIGI GERMINI

Siamo chiusi in casa. Da qualche giorno un’emergenza inaspettata ha colpito il nostro Paese. Un virus ha stravolto le nostre vite, costringendoci a non uscire. Ma noi italiani, si sa, siamo un popolo inventivo e anche in questa occasione lo abbiamo dimostrato.

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Attraverso un passaparola virtuale, sono stati organizzati diversi appuntamenti sui balconi per cantare e suonare insieme e sentirci così meno soli. Oggi, alle 18, sento diffondere ad alto volume una canzone che trasmette speranza: “Ma il cielo è sempre più blu”.

Mio padre è in giardino, lo guardo dal balcone e gli domando: Papà, perché non mi racconti di Rino?

«Penso che Rino non avrebbe mai immaginato che, dopo oltre quarant’anni, una sua canzone sarebbe stata usata come simbolo di speranza in un momento così buio. Ricordo benissimo quando un giorno mi telefonò e mi disse: «Sto scrivendo un pezzo che parla di tutte le cose che le persone possono fare in una giornata qualsiasi. Il messaggio che voglio trasmettere è che nella vita c’è sempre una soluzione».

Poi aggiunse: «Te la faccio sentire al telefono» e iniziò a cantarla, accompagnandosi con la chitarra. Intonando la prima parte, mi chiese: «Tu che tempo ci metteresti?». Me lo domandò perché suonavo la batteria. E allora mi venne spontaneo rispondergli: «Ma abitiamo a due passi, perché non ci vediamo e me la fai sentire dal vivo?».

Vivevamo entrambi a Roma, nel quartiere di Monte Sacro. Io in piazza Monte Baldo e lui al di là del ponte dell’Aniene, ma frequentava un piccolo bar proprio sotto le finestre di casa mia…».

(…) Ora che hai nominato Rino, sai cosa mi colpisce molto? Il modo indipendente in cui la mia generazione si è avvicinata alla sua musica. A differenza delle canzoni di Battisti, che ci sono state letteralmente trasmesse, a Rino siamo giunti per conto nostro. Non è stato necessario che i nostri genitori lo amassero per fare altrettanto. In questi giorni ne ho avuto conferma. Dario, un mio amico, mi ha detto che è stato il primo della sua famiglia a comprare il cofanetto con la raccolta dei dischi di Rino. E Irene, una ragazza che ho conosciuto proprio in questi giorni, mi ha raccontato che quando marinava la scuola andava a trovare Rino al Verano. Cosa significa per te questo?

«Credo che la mia generazione abbia dimenticato Rino e le sue canzoni a seguito della sua scomparsa, perché noi sentivamo quei brani in maniera un po’ distratta, mentre, dopo circa una ventina d’anni dalla sua morte, i ragazzi hanno iniziato ad ascoltare le sue canzoni. E c’è una differenza sostanziale tra sentire e ascoltare. Voi avete apprezzato fino in fondo ciò che lui dice, facendolo diventare un vostro punto di riferimento».

Sì, forse è proprio così. Sembra quasi che Rino si rivolga non alla sua generazione ma a quella successiva.

«È quello che Rino disse durante un suo concerto sulla spiaggia di Capocotta nel ’79: “C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio. Io non li temo, non ci riusciranno! Sento che in futuro le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni, che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera. Capiranno e apriranno gli occhi anziché averli pieni di sale”».

Solo ora capisco il senso della sua canzone “I tuoi occhi sono pieni di sale”. Non avevo mai veramente compreso quell’espressione. Pensavo avesse un significato romantico.

«Sì, è il suo solito modo di giocare con le parole. Il sale qui può avere un doppio significato: da un lato è il sapore della vita, dall’altro acceca e quindi impedisce di vedere. Proprio in questi giorni, ho visto un documentario sulla Marianna, la figura femminile simbolo della Repubblica francese, e mi ha fatto tornare alla mente il primo singolo di Rino, “I love you Marianna”. Si è detto molto su questa canzone: alcuni sostengono che Rino volesse inneggiare alla marijuana, altri che Marianna fosse sua nonna e ora posso anche immaginare che si riferisse alla Marianne francese e quindi alla libertà. Era proprio una caratteristica di Rino quella di girare intorno a una parola creando delle assonanze senza un apparente filo logico».

Mi viene in mente, a proposito di questo, Ferdinand De Saussure, considerato il padre della linguistica, il quale introdusse la distinzione tra significato e significante, che sono le due parti del segno linguistico, ovvero della parola. Il significante indica l’aspetto materiale, sonoro, è la parola che viene pronunciata, il significato invece è il contenuto concettuale, è l’idea che noi associamo alla parola. Mi sembra che Rino giochi molto su questo, sulla doppia natura del segno. Si diverte a scomporre le parole, a lavorare sulla fonetica, quasi a isolare il significante dal significato. Gli interessa più il suono del contenuto.

«Assolutamente sì! Hai fatto una vera e propria disamina della tecnica di scrittura di Rino». Ma Rino giocava consapevolmente con la lingua. Non era un tentativo volto solo a stupire. C’era una ricerca dietro!

«Ne sono convinto, perché, essendo un ragazzo molto curioso, non smetteva mai di informarsi, di fare ricerca».

Sempre ieri, parlando con Irene, questa ragazza molto appassionata della musica di Rino, sono rimasta sorpresa e colpita quando mi ha detto che non vuole sapere troppi dettagli della sua vita, perché teme di rovinare il mito che lei si è costruita nella sua testa. C’è questo rischio?

«Sì, fa bene. Nel mio lavoro di discografico mi è successa la stessa cosa quando ho incontrato artisti che consideravo dei miti da giovanissimo. Mi è capitato con Ian Anderson, frontman dei Jethro Tull o con Ian Paice, batterista dei Deep Purple e addirittura con Gianni Morandi. Insomma quelle che per me erano figure irraggiungibili e che, una volta conosciute, si sono rivelate comuni mortali!».

Ed è deludente? «In parte sì, perché abbiamo bisogno di miti e riferimenti».


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