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Rino Gaetano

Tempo di lettura 4 Minuti

Roma, 2 giugno 1981 è una di quelle notte in cui le lancette di un orologio sbagliano l’ora degli addii e spezzano le vite. In quella notte beffarda e crudele, un incidente stradale sulla via Nomentana a Roma si porta via Rino Gaetano: aveva solo trent’anni. Era nato a Crotone, in Calabria il 29 ottobre 1950.

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Oggi a quarant’anni dalla scomparsa il cantautore con il cappello a cilindro, la chitarra o l’ukulele, il sorriso malandrino e lo sguardo inquieto e scanzonato di tracce nel cuore ne ha lasciate diverse. Quel ragazzo di talento con la faccia da cinema – che ora sorride sornione anche su un francobollo emesso qualche giorno fa da Poste italiane – non è stato dimenticato.

Come le sue canzoni.

Come i suoi testi che se fossero quadri, potrebbero somigliare alle forme iconoclaste e ai colori graffianti di Jean-Michel Basquiat.

Sono ancora tra noi le parole di Rino, a stargli dietro sembrano capriole su un prato. Parole veloci, simili a frecce tirate con precisione.

Parole che fanno centro mentre lui, Rino si volta verso il pubblico, saluta e se ne va senza prendersi mai sul serio. Ironia, sberleffo, satira, amore e amori, cromatismi e rabbia mediterranei. Fratelli sfruttati e malpagati, Gianna, Berta e Aida. Le spiagge di silicio e una sottile vena di malinconia. Tra parole e accordi Rino si racconta e racconta anche il Bel Paese della sua gioventù spezzata. Inanella uno dietro l’altro versi puntellati di apparenti nonsense.

Del resto, a lui bastava anche giocare con un dittongo per sparigliare le carte e fare rumore.

Un dittongo come per Nuntereggae più, 1978.

“Il titolo – che scioglie la lingua col dittongo “ae” – incrocia la locuzione regionale laziale “nun te reggo più” e la parola “reggae” (il ritmo e il genere di cui Rino riveste la canzone): un reggae rivisitato in chiave ska”, scrive Annibale Gagliani su Treccani. Impossibile rimanere indifferenti a quel “turbine di nomi, acronimi, fatti storici, notizie e titoli di classe che raccontano la società italiana, processata in un’arena tra cori ‘che sembrano appartenere ai passanti, intervistati al mercato, in fila per la pensione o per pagare le tasse’ (D’Ortenzi)”, continua Gagliani.

Le parole di Rino paiono prese a prestito dagli strilli delle prime pagine dei giornali, complice un ritmo accattivante e il gioco è fatto.

Tra un abbasso, un alè e un Eia alalà scatta una fotografia in forma di canzone dell’Italia in salsa agro-dolce di quegli anni. Senza sconti. A cominciare dai partiti: “Pci psi (nun te reggae più)/ Dc dc (nun te reggae più)/Pci psi pli pri / Dc dc dc dc[…]”.
E via con “Cazzaniga (nun te reggae più), Avvocato Agnelli, Umberto Agnelli, Susanna Agnelli, Monti Pirelli/ Dribbla Causio che passa a Tardelli Musiello, Antognoni, […] Gianni Brera (nun te reggae più) Bearzot […] Onorevole eccellenza, cavaliere senatore/ Nobildonna, eminenza, monsignore/ Vossia, cherie, mon amour/ Nun te reggae più… […] Ue paisà (nun te reggae più) /Il bricolage (nun te reggae più)/ Il quindicidiciotto/ Il prosciutto cotto/ Il quarantotto/ Il sessantotto/ Le pitrentotto / Sulla spiaggia di capocotta/ (Cartier Cardin Gucci)/ Portobello e illusioni/ Lotteria a trecento milioni/ Mentre il popolo si gratta/ A dama c’è chi fa la patta/ A settemezzo c’ho la matta/ […]” .

Si va a memoria e in ordine sparso. La genesi del pezzo Rino la racconta ad Enzo Siciliano in una intervista radiofonica per Quadernetto romano, Radio Rai. È il 15 luglio del 1978.

La conversazione è davvero imperdibile compresi i passaggi su Petrolini, Totò, Moretti e Germi.

Lo scrittore e critico letterario dopo l’ascolto di Nuntereggae più si dice catturato da “questa specie di catalogo” che è la canzone in questione.

Si tratta di un testo “nato da un pacco di giornali – spiega Rino a Siciliano – Cioè nel senso, dunque si fa così: si prende un pacco di giornali e si dividono le notizie politiche, le notizie sportive, le notizie d’attualità e le notizie di cronaca. Dunque, si dividono… Poi si prendono a caso, ecco si prendono a caso e si scrive una canzone”. Risata mista a un certo stupore divertito dell’intervistatore che chiede all’intervistato: “Tu hai fatto una canzone con i titoli, insomma?” “Sì sì con i titoli…”, risponde Rino. Per lui che si definisce semplicemente “uno che sta nel bar e sente le voci che girano attorno” Nuntereggae più in fondo è una canzone “evasiva”, “una canzone d’amore per la nostra società”. Un pezzo “da ore liete”. Un “divertissement” senza predicozzo che schiva il rischio del qualunquismo e della banalità.

Un articolo di fondo, piuttosto che un sermone.

Di certo, ha un meccanismo perfetto per non essere mai fuori moda.

A voler cambiare gli ordini degli addendi e i nomi dei protagonisti, infatti, il risultato ad effetto non cambia.

Sulla via che conduce a Rino, però, c’è un’altra canzone-manifesto ed è Ma il cielo è sempre più blu. Una sorta di inno che in molti hanno cantato anche nei giorni sghembi dell’Italia colpita alle spalle dal virus. Un “corale” sui balconi italiani urlato dai cuori feriti in cerca di una speranza davanti alla strada franata. E sulla giostra delle canzoni di Rino ci salgono anche Ti ti ti ti, Ad esempio a me piace il Sud, Escluso il cane Sfiorivano le viole, Mio fratello è figlio unico.

E non son tutte.

Basta accendere il giradischi e ci si casca dentro anche quando canta Ahi Maria e irresistibilmente “confessa”:“[…] L’acqua mi fa un po’ male la birra mi gonfia un po’/ Vado avanti tristemente a champagne e bon-bon/ Ahi Maria mi manca il tuo amor/ Il mio caimano nero piangendo mi confidò / Che non approvava il progetto del metrò/ Ahi Maria da te tornerò/ […]”. In fondo il ragazzo con la faccia da cinema e le medagliette appuntate sul bavero di un frac poco ortodosso, non è mai andato via!


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